Paolo M. Stella “Incursioni di enigmistica botanica”. Un libro per capire come la natura abbia un’anima e come ci parli costantemente.

E se la natura si ribellasse e iniziasse ad animarsi? Se un giorno il nostro pianeta alzasse la voce non solo metaforicamente? Alberi che parlano, che comunicano con noi e ci dicono che o facciamo qualcosa subito e con urgenza estrema oppure sarà troppo tardi. Tra il gioco e la provocazione, Paolo M. Stella non solo si fa queste domande ma ne fa corpo centrale del suo primo libro che esce per Bookabook.

Paolo è architetto, e si definisce “architetto giocoso”. La sua indole burlona muove in realtà da una grande attenzione per ciò che ci circonda e dalla consapevolezza che per cambiare in meglio quel che non va, occorre fare ben di più di ciò che usualmente si usa.

Con 40 anni di professione alle spalle, ha capito proprio nei momenti di crisi mondiale che un approccio più divertente e scherzoso poteva in realtà diventare ben più incisivo ed educativo di tante manfrine morali. Architettura è anche, forse soprattutto, l’arte di immaginare il vivere comune, l’abitare il territorio e quindi deve essere visionaria e ascoltare il cambiamento dei tempi. Paolo Stella è uomo colto, pacato, ottimista naturale. Coltiva senza fatica una speranza verso l’avvenire che gli fa onore, considerando i tempi. Cerca di convogliare nel suo lavoro molti dei suoi interessi, porta avanti un discorso professionale che sposa il concetto di architettura a 360°, come fosse una missione sociale. Una occhiata al suo sito e si capisce meglio di cosa si stia parlando: https://www.stellapaoloarchitetto.it/

In “Incursioni di enigmistica botanica”, oltre agli alberi che “parlano”, vi è ovviamente anche la figura di un architetto. Si chiama Andrea e “progetta il vuoto”!

“Il gioco è un grande strumento di invenzione e comunicazione – ci dice Paolo –  quindi quello che fa Andrea l’architetto va in questa direzione. Ci son troppe costruzioni e tante troppo brutte e mi è venuta l’idea di demolire ed eventualmente progettare i vuoti. Ad esempio piantare gli alberi e fare un cimitero composto da un bosco, un prato con panchine, dove sotterri le ceneri e metti una targa e ci vanno anche i bambini che giocano e le famiglie, come accade nel nord Europa. Ne esiste di sicuro uno in Liguria e mi piacerebbe impegnarmi per un progetto simile ad Asiago. Ho progettato un piccolo ampliamento di cimitero ed ho riflettuto su come siano praticamente tutti di pietra e tristi e anonimi e credo che il concetto stesso di luogo per l’eterno riposo possa e debba essere ripensato”.

Per Paolo il rapporto con l’architettura deve essere consapevole e responsabile e lo stesso vale per l’ambiente. L’assunto del suo libro è : tutti noi parliamo di ecologia però invece che ascoltare sempre gli umani, perché non ci chiediamo cosa direbbero gli alberi ad esempio? Nella storia troviamo come protagonisti 4 incursori. Nessuno sa chi siano tranne il lettore, la loro scelta di non esporsi è mirata a far parlare gli alberi semplicemente perché hanno più autorevolezza di noi.

“Mi sono dedicato molto all’impegno sociale nella mia vita, ed ho capito cosa funziona e cosa non produce reazioni. Olmo, il protagonista del romanzo, ad un certo punto sbotta con un “no assemblee!”, escludendo le forme tradizionali e decide che dobbiamo trovare nuovi strumenti per parlare tra di noi. Quella dell’incursione come appendere i cartelli sugli alberi o creare dei puzzle per fare incontrare la gente, sono dei modi originali e diversi per farci arrivare ad un linguaggio diverso e nuovo per comunicare”.

Come il titolo fa capire, l’enigmistica ha un ruolo in questo nuovo codice di comunicazione. I protagonisti si servono dei rebus per fare arrivare il senso del tutto. Questo perché per mettersi in contatto con la natura occorre costringersi a un po’ di fatica perché altrimenti siamo seduti sul nostro status quo. “La cultura richiede sforzo – prosegue Paolo – ma io nono sono preoccupato del pianeta, quel che mi spaventa è il genere umano. La terra rimarrà dopo di noi ma noi perché esiste da sempre e si rigenera ma noi la stiamo distruggendo ora e rischiamo di estinguerci. Stiamo dimostrando di essere molto stupidi, infatti uno dei principali messaggi che gli alberi danno agli umani è “perché voi ragionate con la legge del più forte? In questo modo ci distruggeremo perché su argomenti come l’ambiente dovremmo stare tutti assieme e solidali come esseri che sono interconnessi con le proprie radici. Rimango comunque ottimista e penso che in qualche modo ce la faremo. I segnali non ci sono al momento ma c’è tanta gente che mi da fiducia e a me piace incontrare la gente, soprattutto i giovani.

Parlando con Paolo escono nomi come la Montessori o Rodari o Rigoni Stern, tutta gente che l’ha formato e che ha fatto della divulgazione e dell’insegnamento parte della propria vita. Questo libro pare perfetto per essere portato nelle scuole, le sue 180 pagine si leggono talmente agilmente che potrebbe sicuramente essere un ottimo testo per sensibilizzare i ragazzi anche divertendoli. E torniamo al gioco.

“In Svezia stanno ragionando sul fatto che invece di multare o costringere è meglio indirizzare con degli esempi giocosi. A Stoccolma c’è quell’esempio della scala mobile e di quella fissa una a fianco all’altra. Tutti usano la mobile e così per inventarsi una trovata “sana”, trasformano la fissa in un grande pianoforte che suona quando ci cammini sopra e nel giro di poco tempo si ribalta la situazione. Con i cartelli di divieto e divulgazione non era successo nulla. La gente non devi costringerla, devi dargli felicità. Mettere un cartello è semplice ma inventarsi una cosa del genere è complesso, d’altronde la cultura è faticosa.

L’inguaribile ottimista in ogni caso si rende conto che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. “Non credo si stia peggio di 100 anni fa. L’Europa è in pace da 70 anni e non era mai successo, la gente vive più a lungo, mangia meglio, c’è più lavoro. C’è stato però un degrado culturale enorme dopo Berlusconi e le sue tv fino al Grande Fratello, per dire. Negli anni 70 si respirava una politica anche fin troppo invasiva che però era anche formativa. Adesso non esiste più nulla di simile, siamo in un deserto culturale”.

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