Mafalda di Savoia. La principessa martire dimenticata.

Mafalda di Savoia, (Roma, 19 novembre 1902 – campo di Buchenwald, 28
agosto 1944). Figlia secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del
Montenegro. Ereditò dalla madre Elena il senso della famiglia, i valori umani, la
passione per la musica e per l’arte. Durante la prima guerra mondiale, con le
sorelle, seguì la madre nelle sue frequenti visite ai soldati e agli ospedali. Vittorio
Emanuele diede il suo assenso al matrimonio di Mafalda con il principe
tedesco Filippo d’Assia, il matrimonio avvenne il 23 settembre 1925. Filippo nel
giugno 1933 su proposta di Hitler assunse l’incarico di governatore della provincia
d’Assia-Nassau. Come dono di nozze ebbero una pianta carnivora e un casale,
situato tra i Parioli e la villa Savoia. Per la nascita dei suoi figli, Hitler le conferì la
croce al merito. Nel settembre del 1943, i tedeschi organizzarono il disarmo delle
truppe italiane. Badoglio e il re trasferirono la capitale al Sud, ma Mafalda era
partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di
vita. Mafalda, seppe dell’armistizio mentre era in Romania. Dopo i funerali del
cognato, la principessa Mafalda rientrò a Roma incurante dei rischi; benché fosse
cittadina tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, quindi sicura che l’avrebbero
rispettata. L’11 settembre, la principessa prese un aereo con destinazione Bari, ma
l’aereo si fermò a Pescara. Per otto giorni la principessa alloggiò a Chieti, in un
palazzo vicino alla prefettura. Con mezzi di fortuna, il 22 settembre 1943 riuscì a
raggiungere Roma e fece appena in tempo a rivedere i figli, custoditi
in Vaticano da monsignor Montini.

Il 23 mattina, all’improvviso, venne chiamata al comando tedesco, per l’arrivo di una telefonata del marito dalla Germania. Era un tranello, il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg. Mafalda venne subito imbarcata su un aereo per Monaco di Baviera, trasferita a Berlino e
infine deportata nel lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15
sotto il falso nome di von Weber. Nell’agosto del 1944 gli alleati bombardarono il
lager; la baracca in cui era prigioniera Mafalda fu distrutta ed ella riportò gravi
contusioni su tutto il corpo. Recuperata dai deportati Bruno Praticello e Giovanni
Marcato, fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi nel lager,
ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti, a
causa delle piaghe insorse la cancrena e le fu amputato un braccio. L’operazione
ebbe una sconcertante durata. Ancora addormentata, Mafalda venne abbandonata
in una stanza del postribolo, e lasciata a se stessa. Morì dissanguata, senza aver
ripreso conoscenza, la notte del 28 agosto 1944.

Il necrologio è in possesso dell’autore (ndr)

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