“La Fabbrica del Rinascimento” Grandissime opere, ma è una grande mostra?

Permettete il basso e melenso approccio, ma tornare a vedere una mostra in Basilica dopo quanto accaduto negli ultimi (quasi) due anni è molto toccante. Non vogliamo far passare l’idea da cioccolatino che il solo fatto di camminare nel loggiato e mirare e rimirare le piazze e i tetti della città dall’alto, dia senso all’esperienza. Certi sentimentalismi li lasciamo ai venditori porta a porta, con tutto il rispetto. Ma è indubbio che la Basilica sia la casa dei vicentini, di tutti i vicentini, e anche per questo abbiamo preferito andare a goderci l’esposizione in un giorno qualunque, lontano dalla mondana fiera dell’ego rappresentata ahimè da certe inaugurazioni. “La Cultura non è il tappeto rosso del politico di turno” diceva il mai troppo ricordato Renato Nicolini, uno che per noi rimane comunque un punto di riferimento.

“La fabbrica del Rinascimento” è stata presentata un mese fa al Teatro Comunale da Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Mattia Vinco, che avevano delineato temi e contenuti in maniera piuttosto precisa. Una mostra che ti porta nella Vicenza del ‘500, una città capitale della cultura per davvero, una città con invenzioni vere, senza claim arrancanti. Una città che gravitava attorno a Palladio, Veronese, Bassano e Vittoria e soprattutto ad alcune famiglie nobili che si impongono come mecenati e collezionisti. E da una famiglia si inizia. Da Livia Da Porto Thiene e da Iseppo Da Porto, ideali nostri ospiti in questa che è, lo diciamo subito, una mostra con delle opere di assoluta ed emozionante bellezza.
Visto il concetto alla base del tutto, è importante addentrarsi nei meandri della storia cittadina e lasciarsi andare a questo viaggio nel tempo. Fondamentale leggere e seguire il percorso per provare a comprendere quello che i curatori vogliono suggerirci: vivere la realtà della Vicenza del sedicesimo secolo. Era una città in odore di calvinismo quella in cui vivevano Livia e Iseppo. Questi due splendidi dipinti del Veronese erano appesi all’entrata del palazzo di famiglia.

Livia Da Porto Thiene e Iseppo Da Porto dipinti dal Veronese.

Lei era sorella di Marcantonio e di Adriano Thiene, uomini colti e facoltosi e amici dei potenti, tra cui i reali francesi. Fu un affare particolarmente fortunato con una partita di seta che permise l’acquisto del Palazzo Porto come casa di rappresentanza. Là, nel meraviglioso edificio in Contrà Porti, i due dipinti, uno in fianco all’altro, accoglievano gli ospiti esattamente come adesso accolgono i visitatori della mostra. Finalmente riuniti, almeno per 4 mesi, visto che Iseppo dimora agli Uffizi e Livia al Walters Art Museum di Baltimora.
La committenza per il Palazzo Porto, giunse proprio dal nobile Iseppo da Porto, che dovette entrare in competizione con i cognati Adriano e Marcantonio Thiene, i quali avevano richiesto il loro palazzo allo stesso Palladio già nel 1542.

Di fatto, vi era una sorta di competizione tra palazzi. Iseppo, in buona sostanza, chiamò Palladio perché lo avevano fatto anche i cognati e lui non voleva essere da meno. Alleati ai Thiene, i Porto erano una famiglia ricca e potente in città, e i palazzi dei diversi rami della famiglia si attestavano lungo la contrada che ancora oggi porta il loro nome. Iseppo fu personaggio influente, con diverse responsabilità nell’amministrazione pubblica della città, che più di una volta si intrecciarono con incarichi affidati a Palladio. Molto probabilmente fra i due i rapporti dovevano essere più stretti che fra committente e architetto, se consideriamo che trent’anni dopo il progetto per il palazzo di città, Palladio progetta e inizia a realizzare una grande villa per Iseppo a Molina di Malo, mai completata. I due amici muoiono nello stesso anno, il 1580.

“L’unzione di Davide” Paolo Veronese

Non vogliatecene per questa lunga digressione ma i due quadri, non solo fanno gli onori di casa, ma sono uno degli esempi più grandi e lampanti di come nella Vicenza del 1550 tutto fosse interconnesso.
Famiglie nobili, mecenati, artisti, bottegai, collezionisti. Andrea Palladio, Paolo Veronese e Alessandro Vittoria, lavoravano insieme negli stessi cantieri e Jacopo Bassano aveva una bottega in cui non solo si producevano le opere ma le si replicavano con cadenza quasi giornaliera per chiese e collezionismo privato, che nasce di fatto in quegli anni.
Questo è il nodo centrale de “La Fabbrica del Rinascimento”: far riflettere su come il fiorire culturale che fece in quell’epoca di Vicenza una città “non molto grande ma di ricchezze assai abbondante”, sia dipeso da collaborazioni, donazioni, partecipazione della collettività. Un senso di comunità che fa pensare al confronto impietoso con questo presente fatto di egoismi e personalismi al limite dell’isteria bambinesca. Se vogliamo davvero tornare ad essere capitale culturale, il primo passo da fare è proprio guardare al passato, a questo passato esposto in Basilica ora, per capire quanto sia necessario far tornare la cultura al popolo e a chi ne è portatore attivo.

“Pastorale” di Jacopo Bassano

Detto del tema di fondo, parliamo delle opere. Alcune tele sono obiettivamente mozzafiato. La “Pastorale” di Jacopo Bassano, “Giuditta con la testa di Oloferne” di Paolo Veronese, gli spettacolari cani di Bassano, direttamente dal Louvre.
E poi i busti di Tommaso Rangone di Vittoria, gli studi sui disegni del Parmigianino per la “Madonna col Bambino tra i Santi” del Veronese. La magnificenza di un’epoca e di una cultura. Con un’appendice “pratica” che ci illustra costi di vita e arte in quegli anni, usando il parametro dei “maiali” per farci capire quanto costassero un paio di guanti, un pollo, o un monumento.

I “Cani” di Jacopo Bassano

La nostra visita è durata un’ora e mezza, perché ci siamo concessi tutto il tempo necessario. Ma la mostra è più ricca di qualità che di quantità. Manca totalmente la multimedialità, scelta voluta, si immagina, ma che lascia un po’ di perplessità. Il concetto è: è questa una mostra che può portare turismo ed indotto in maniera rilevante? La nostra risposta è più vicina al no che al si. Al netto degli apprezzamenti appena esposti per il valore artistico e culturale dell’operazione. Se, ad esempio, si fosse tenuta a Palazzo Chiericati, si sarebbe potuta definire perfetta, più che perfetta.
Ma la domanda è: la si può definire una “grande mostra”? Quel termine che negli anni goldiniani andava per la maggiore è applicabile a “La Fabbrica del Rinascimento”? Una grande mostra comporta i serpentoni attorno al museo, con ristoranti, bar, negozi e hotel che lavorano, con una crescita dal punto di vista del marketing culturale e turistico di tutto il sistema città. Una grande mostra è mainstream, è overground e dovrebbe, in teoria, favorire l’underground, coltivare l’orto creativo cittadino, portare soldi nelle casse comunali. Si obietterà che questo non è accaduto con Goldin, o almeno non tutto questo, ed è vero, sebbene quelle mostre portarono numeri ed indotto importanti, ed è già molto. Il fatto è che questa scelta attuale corre il rischio di dare un’eccessiva importanza alla nicchia territoriale rispetto alla ricerca del successo al botteghino.
Se le opere fanno bene allo spirito, il cassetto fa bene alla salute. Una terza via forse andrebbe perseguita. Se lo stanno facendo anche a Rovigo, e pure in periodo di covid, non ne siamo forse capaci noi? Una terza via che coniughi mostre encomiabili come questa, che divulgano ed innalzano l’identità storica cittadina, ad altre esposizioni di grande richiamo che portino Vicenza dentro al circuito artistico principale del paese.
Vicenza che è un museo a cielo aperto di per se, che offre al turista uno spettacolo unico grazie proprio agli artisti presenti in questa rassegna. Ma cerchiamoli i turisti, facciamola vivere questa città, pensiamo anche ai volgarissimi numeri. Non sarebbe male.

Busti di Tommaso Rangone di Alessandro Vittoria.

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