Fu nel cuore febbrile dell’Ottocento che il Club Alpino Italiano prese vita, in quell’epoca in cui l’Italia, ancora giovane di frontiere e sogni, cercava di imporsi nel firmamento delle nazioni. Era il 1863 quando il senatore Quintino Sella, uomo di scienza ma con l’anima del montanaro, si fece promotore di un’idea tanto nobile quanto scomoda: fondare un sodalizio per uomini forti, d’animo e di polmoni, che avessero nel cuore il desiderio insaziabile di conquista, ma non quella bruta delle armi, bensì quella fiera delle cime. Sella, piemontese fino all’osso e ministro del Regno, si radunò con pochi altri visionari nel castello del Valentino a Torino, e lì, con il piglio di chi scrive la storia senza troppe moine, pose le basi del CAI, il primo e più glorioso club alpino della penisola. L’idea era chiara: esplorare, scalare, documentare. Portare l’Italia là dove solo l’aquila osava, e farlo con uno spirito di fratellanza che avesse il profumo del sudore e della roccia spaccata.

La sfida era titanica, perché la montagna non perdona. Serve la gamba d’acciaio, il respiro profondo e un cuore che non ceda ai morsi della paura. Gli uomini del CAI non erano solo alpinisti: erano esploratori, cartografi, narratori. Tra corde di canapa e scarponi di cuoio, salivano le cime con lo stesso ardore con cui i garibaldini avevano liberato il Regno. In quei decenni furono aperte vie epiche: il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso, e poi le Dolomiti, quei castelli di pietra rosa che parevano difendere il cielo stesso. Arrivarono le guerre, e il CAI, suo malgrado, conobbe la triste epopea degli Alpini, che portarono la loro tenacia sugli altipiani insanguinati. Ma la montagna non si piega alla stupidità umana: quando le armi tacquero, tornò a essere rifugio per chi cercava la gloria nella fatica e non nella violenza.

Nel tempo il CAI si fece scuola, laboratorio, palestra per generazioni di sognatori con il passo lungo e lo sguardo alto. Da quella fucina nacquero leggende come Walter Bonatti, eroe solitario e filosofo dell’altitudine, e Reinhold Messner, che della montagna fece un regno mistico, dove solo chi sa soffrire può regnare. Oggi il CAI è ancora lì, saldo come una vetta che sfida il vento. Moderno nei mezzi, antico nello spirito. La montagna non si arrende e nemmeno chi la ama. E chiunque, infilati gli scarponi, provi a salire verso il cielo, sa che nel CAI troverà sempre una casa, una storia e un ideale più grande di qualsiasi vetta.

In questi giorni si festeggiano i 150 anni della sezione vicentina del CAI. Sezione che nasce con il Risorgimenti italiano. Il primo presidente fu l’ing. Francesco Molon, scienziato, combattente, agitatore e stratega, che già nel 1864 viene ricordato per essere uno dei sobillatori contro il regime austro-ungarico per la sollevazione delle popolazioni alpine del Veneto ed il loro concentramento nella fortezza naturale dell’Altopiano di Asiago. Citando Nicola De Benedetti: “Nel vicentino, qualche anno dopo, prospera dal 1872 il Circolo Alpino della Belloselant. Finalmente, sullo slancio dato dal Risorgimento, nell’autunno del 1874 grazie all’entusiasmo di alcuni giovani appartenenti alla nobiltà vicentina, si costituisce il Circolo Alpino di Vicenza, con uno scopo futuro ben preciso: diventare al più presto una Sezione del C.A.I.. Il Club Unione ospita il neonato Sodalizio. Presidente del Circolo viene nominato l’ing. Francesco Molon e Presidente Onorario l’illustre scienziato Paolo Lioy, che dieci anni più tardi verrà chiamato a succedere a Quintino Sella alla Presidenza generale del C.A.I.”.
Presidente del CAI Vicenza è oggi Maurizio Dalla Libera, direttore nazionale di sci alpinismo. Lo abbiamo incontrato per parlare di storia e di prospettive future.
In che stato di salute arriva il CAI di Vicenza ai suoi 150 anni?
Arriva in buona salute, per non dire ottima. Attualmente siamo impegnati in sempre più settori. Un esempio è l’impegno a Lumignano in Falesia dove siamo riusciti a concretizzare un progetto pilota emanato dalla sede centrale insieme con le guide alpine e abbiamo codificato 280 itinerari, affinando la chiodatura e un monitoraggio per la caduta dei sassi per tutelare non solo chi arrampica ma anche i proprietari dei fondi e lavoriamo in stretto rapporto col comune di Longare. La gente va lì e usa la parete come usa la montagna, ma deve ricordarsi che è un parco e occorre rispettare flora e fauna e gli abitanti e c’è bisogno di educazione mentre molti vogliono arrivare con la macchina fin sotto la parete. Questo è giusto un esempio del nostro lavoro. Il senso ultimo del CAI è quello di promuovere la conoscenza, il rispetto e la tutela delle montagne italiane. Noi ci impegniamo a diffondere la cultura escursionistica e alpina, favorendo la pratica in sicurezza e la salvaguardia dell’ambiente. Il CAI vuole far scoprire e valorizzare il patrimonio montano, unendo le persone attorno alla passione per le altezze e per la natura.

Come è cambiato nei decenni il senso stesso dell’esistenza del club?
Gli scopi sono rimasti invariati e sono quelli di 150 anni fa. Noi proponiamo un approccio etico e culturale alla montagna come allora, solo che cerchiamo di seguire i tempi che cambiano e le abitudini. Oggi organizziamo escursioni e vari tipi di corsi che spaziano dal torrentismo al ciclismo con mountain bike. Il fulcro comunque rimane la sicurezza e il soccorso. Il 46% dei nostri interventi avvengono a causa di cadute o scivolate, il 25% per incapacità durante l’attività, il 12% per malori. Gli incidenti maggiori sono per escursionismo, segue la mountain bike, poi l’alpinismo e ultimo lo sci alpino. Parliamo comunque di numeri contenuti. Il fatto però è che quando vi è un disastro da valanga i media si scatenano ma nessuno dice che si contano più disgrazie tra chi va in cerca funghi.

Posso dire che quel che abbiamo fatto di recente rispetto al passato è stato solo allargare lo spettro di attività. Oggi vantiamo una commissione che segue la ginnastica presciistica e lo sci alpino. Forse la novità più rilevante è che ci stiamo dedicando molto alla montagna terapia. Da 12 anni a questa parte, insieme con le comunità terapeutiche, organizziamo uscite in cui l’operatore sanitario con i suoi pazienti e gli accompagnatori CAI vanno in gita assieme. Ci si è accorti che chi ha dipendenze come alcolismo o disturbi mentali di ogni genere, ha poi un grande giovamento. Il mondo è vasto e c’è tanta gente che non sta bene e la montagna può davvero essere curativa. Poi seguiamo rifugi e bivacchi fino al bellunese o qua vicino a Campogrosso con il Rifugio Città di Schio che è stato ristrutturato spendendo pure molte risorse ma facendo in modo rimanesse sobrio e non diventasse un albergo moderno. Il rifugio deve essere essenziale nello stile e nell’identità. Una volta, se era brutto tempo, il gestore del rifugio chiamava la compagnia e diceva “state a casa!”. Adesso incassano la caparra e poi fanno fatica a restituirla e c’è meno attenzione da parte del gestore che è diventato ormai più un albergatore.

Come si rapportano i giovani al CAI, in particolar modo i vicentini?
I numeri sono in crescita. C’è stato un periodo in cui per il giovane eravamo quelli coi pantaloni alla zuava nelle foto dei nonni, ma adesso è nato un folto gruppo di giovani con età dai 18 ai 35. Sono ragazzi che però devono essere seguiti perché non hanno le competenze e assumeranno un’autonomia solo nel corso del tempo. È l’ambiente che determina le competenze che servono per poterlo frequentare. Se vado nella neve devo sapere che a 30 gradi di inclinazione può staccarsi una valanga. Bisogna sapere leggere un bollettino valanghe. Ad esempio, grado 3 è un pericolo già grave. La domanda che uno si deve porre è: sono in grado di valutare la difficoltà del pendio? A grado 1 i pendii pericolosi sono il 5%, con grado 2 il 25%, con grado 3 il 50%, con grado 4 oltre il 50%. Se io sono giovane non vado ad avventurarmi se non so leggere questi numeri. O almeno non dovrei. Ultimamente però, ad esempio, molti utilizzano le racchette da neve e vanno su pendii ripidi, su cui vanno comodamente d’estate, che però hanno 35 gradi di pendenza e se ci vado d’inverno cambia completamente visto che il sentiero non si vede più e ci può essere pericolo valanghe.

Come stanno le nostre montagne con il turismo di massa?
Diciamo che la frequentazione massiccia avviene per larga parte in aree conosciute e preparate con ferrate o percorsi di alta quota molto noti. È una frequentazione veloce, mordi e fuggi, poco legata alla comprensione delle regole. Purtroppo molta gente considera i territori come luoghi “da usare”, banalizzando gli ambienti di montagna e pensando tutto sia facile. Ecco quindi come conseguenza gli incidenti per scarso vestiario, scarso orientamento, poca struttura. Dieci anni fa alla base delle vie classiche di roccia c’era la fila mentre adesso non c’è più ma la si trova piuttosto in ambienti in cui la chiodatura è fatta a chiodi cementati, o vicino alle strade dove il rischio è più contenuto ma secondo noi bisognerebbe tornare ad un alpinismo classico con conoscenza generale del tempo e dei modi e dell’ambiente. Altro aspetto dell’overtourism da attenzionare è che quando c’è tanta gente bisognerebbe fare gli educati e non sporcare e non creare disagi agli altri. Ma non è sempre così. E in questo modo si compromette la libertà a chi invece vorrebbe soddisfare i propri bisogni. Come CAI è una sfida di carattere culturale quindi. In quest’ottica, il progetto di sentieri urbani cittadini presentato pochi giorni fa, per noi va verso lo spirito di far nascere l’amore per la protezione dell’ambiente. È un impegno educativo.

Come sta mutando la montagna il cambiamento climatico?
In alta montagna ci sono ormai già grossi e gravi cambiamenti. Con l’aumento della temperatura globale, il permafrost (cioè il terreno perennemente ghiacciato nelle regioni polari e alpine) si sta progressivamente sciogliendo e questo ha diverse conseguenze visto che il suo scioglimento può portare a frane, cedimenti del terreno e danni strutturali alle infrastrutture. Tutto sta cambiando rapidamente e l’alpinista deve adattarsi. Certi percorsi non si fanno più o si fanno solo in determinati momenti. Bisogna partite un mese prima di un tempo e fare molta attenzione ai percorsi che scegli. Il cambio del clima ha prodotto forti temporali repentini e ci sono frane che prima erano più rare e questo sia lassù nelle dolomiti che qui da noi a Lumignano. La montagna è cosa viva, l’uomo deve rispettarla, noi siamo qui per far si che accada.










