Educazione sessuo – affettiva, il grande divieto: peccato che tutto parta da lì.

Come è noto, negli ultimi giorni la Commissione Cultura della Camera ha approvato un emendamento al ddl Valditara, a firma del deputato Rossano Sasso, che introduce una stretta sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

In sintesi: divieto assoluto per infanzia, primaria e secondaria di primo grado di svolgere attività didattiche o progettuali sui temi della sessualità.
Per le scuole superiori, l’educazione sesso-affettiva resta ammessa, ma solo con consenso informato scritto delle famiglie (o degli studenti maggiorenni), che devono essere preventivamente informate su contenuti, materiali ed esperti coinvolti.

Anni di esperienza scolastica mi inducono ad alcune riflessioni.

Non è possibile separare il “fare scuola” dal “formare persone”.
L’educazione non è un’aggiunta facoltativa al sapere, ma il contesto in cui lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale prende forma. Insomma educazione e formazione o procedono insieme o non funzionano.
I ragazzi e le ragazze vivono in un mondo mediatizzato, dove le rappresentazioni di affetto e sessualità arrivano dai social e dal web, spesso in modo distorto.
A scuola dovrebbero poter riflettere, chiedere, confrontarsi. Non sempre le famiglie hanno gli strumenti o la serenità per affrontare questi temi: il silenzio può trasformarsi in vuoto educativo, e il vuoto si riempie di stereotipi e disinformazione.
Gli esperti esterni – psicologi, pedagogisti, educatori – non sostituiscono i docenti, ma li affiancano portando competenze preziose.
Limitare questi interventi significa rinunciare a una risorsa fondamentale per la crescita e la prevenzione.

Assistiamo oggi a crescenti segni di disagio: inadeguatezza relazionale, solitudine, lacerazioni identitarie, dipendenze digitali, fenomeni di bullismo affettivo, pressioni di genere, uso precoce del porno come “manuale”. Se non offriamo strumenti per riflettere su desiderio, consenso, rispetto, confini, si rischia che la fragilità adolescenziale si esprima con aggressività, sopraffazione, prevaricazione. Limitare il discorso significa esporre i giovani a modelli imposti, non interrogabili, spesso devianti.
Se non offriamo strumenti per parlare di rispetto, consenso e desiderio, rischiamo davvero di tornare al medioevo dell’educazione.

Non stiamo parlando di ideologie, ma di ragazzi che cercano di capire chi sono e come stare nel mondo.
Negare loro questo spazio di parola significa tagliare un pezzo di futuro.

Peccato che tutto parta da lì.
Quel “lì” non può essere un muro, ma l’inizio di un percorso che accompagni e faccia crescere.

Francesca Carli – Responsabile Politiche educative Azione Veneto

A peripatetiche

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