SIRINGHE, SCIACALLAGGI E REALISMO

Il caso è noto. Un bambino si punge con una siringa usata da un tossicodipendente nella centralissima piazza San Lorenzo. Alla famiglia del bambino deve andare tutta la vicinanza e la solidarietà della comunità cittadina. Al tossico, conosciutissimo in città, è arrivata invece una multa, perché di più non si può fare. Nei social e nei bar si è scatenata una bagarre su colpe e rimedi. Il sindaco Possamai ha espresso il suo pensiero in un videocomunicato di esemplare realismo che è e rimane la sua cifra. Altri hanno attaccato l’amministrazione ma non è un atteggiamento nuovo. In campagna elettorale la “strategia” dell’ex sindaco arrivò a portarlo a dire che invitare i primi cittadini di Bergamo e Brescia significava sfruttare le morti di Covid. Oggi la solita strategia porta a rilasciare dichiarazioni di infimo sciacallaggio verso l’amministrazione, cavalcando secondo regola populista, un fatto gravissimo ma che bisognerebbe valutare in ben altro modo e con ben altra onestà intellettuale.

L’amministrazione non è direttamente colpevole dell’azione del tossicodipendente (ovviamente), anche se Giacomo Possamai ha detto di sentirsi responsabile ugualmente, perché un sindaco deve essere vicino sempre a tutti i cittadini. Quello che però deve fare un sindaco soprattutto è non raccontare frottole, e la frottola più deleteria per la comunità è quella per cui Vicenza sia diventata terra di totale abbandono, insicurezza e in cui barboni, scippatori e tossici la fanno da padroni. I dati parlano chiaro e dicono altro. I reati sono diminuiti quasi del 10%, Vicenza ha beneficiato dell’arrivo di 76 nuovi agenti a inizio 2025 e 45 rinforzi per i Carabinieri nel 2024, con ulteriori unità in arrivo. Oltre 2.800 agenti dai reparti mobili sono stati impiegati per esigenze straordinarie, mentre il Comune ha ricevuto 100.000 euro per potenziare la videosorveglianza. Ma basta girare per le strade del centro per vedere quanto più controllo c’è. Non si è mai vista Vicenza con così tante pattuglie di vigili, esercito e polizia. Raccontare bugie al proprio elettorato è la solita triste manfrina da politica che ha poche idee ma molti chiodi fissi.

Il problema droga, però, rimane, ed è drammaticamente in crescita, ma va affrontato in maniera adulta. Vediamo prima alcuni esempi di altri paesi per capire i diversi modelli sanitari, sociali e culturali.

Portogallo – il modello della depenalizzazione

  • Politica: dal 2001, il Portogallo ha depenalizzato l’uso personale di tutte le droghe.
  • Sanitario: chi viene trovato in possesso di piccole quantità non è arrestato, ma indirizzato a commissioni di dissuasione (con psicologi, assistenti sociali, medici).
  • Sociale: i tossicodipendenti sono trattati come persone con un problema di salute, non come criminali.
  • Effetto sulla società: fortissimo calo delle morti per overdose, meno HIV, meno incarcerazioni, e anche meno stigma.
  • Presenza in strada: molto ridotta rispetto ad altri paesi; molti utenti sono reintegrati.

Vancouver (Canada) – il modello della riduzione del danno

  • Politica: legale il possesso di piccole quantità di droghe (progetto pilota in British Columbia).
  • Sanitario: esistono centri di consumo sicuro, dove i tossicodipendenti possono iniettarsi droga in sicurezza, sotto controllo medico.
  • Sociale: c’è attenzione alla dignità e alla salute; si cerca di costruire percorsi di recupero, ma senza forzature punitive.
  • Presenza in strada: in alcune zone (come East Hastings) è molto visibile, e crea discussione; ma la risposta è più compassionevole che repressiva.

Olanda – tolleranza selettiva

  • Politica: tolleranza verso droghe leggere (es. cannabis nei coffee shop); approccio pragmatico verso le dipendenze.
  • Sanitario: molti programmi di riduzione del danno e trattamento sanitario accessibile.
  • Sociale: meno stigma rispetto ad altri paesi europei; i tossicodipendenti vengono accompagnati con percorsi personalizzati.
  • Presenza in strada: molto contenuta grazie a centri diurni, housing e politiche locali.

Italia – un sistema misto, con luci e ombre

  • Politica: l’uso personale non è reato penale, ma amministrativo; resta forte la distinzione tra droghe “leggere” e “pesanti”.
  • Sanitario: esistono i SerD (Servizi per le Dipendenze) pubblici, che offrono terapie sostitutive (es. metadone), psicoterapia, reinserimento.
  • Sociale: lo stigma è ancora molto forte; la figura del tossicodipendente è spesso associata a criminalità, marginalità o degrado.
  • Presenza in strada: in alcune città, soprattutto nelle periferie, è visibile, ma spesso ignorata o repressa più che accolta.

La percezione pubblica (come nel caso della siringa qui in città) è vicina molto più alla paura che alla compassione, ma le colpe sono soprattutto di come tutto ciò viene raccontato dai politici e dai media. In molti paesi la tossicodipendenza è ancora vista come una colpa o una debolezza morale e questo porta a esclusione, paura e criminalizzazione. Nei paesi che adottano modelli sanitari, la tossicodipendenza è trattata come una malattia cronica, simile a una forma di sofferenza psichica e questo ovviamente porta invece a cure, ascolto, e reinserimento. Insomma, dove si tratta il tossicodipendente come un malato, la società ne beneficia: meno crimine, meno overdose, più reinserimento. Dove si tratta come un criminale o un rifiuto, si crea più degrado, più sofferenza, e si spinge tutto ai margini. Non serve spiegare quale sia la posizione della destra italiana in tutto ciò.

“Drogato” è una parola che puzza di condanna. Una sentenza già scritta, un marchio sociale, un dito puntato. In quella parola non c’è comprensione, non c’è giustizia, non c’è libertà. C’è solo paura. La paura della diversità, del dolore, dell’alterità. Ma che diritto abbiamo noi di trasformare il disagio in reato? Di convertire il dolore in carcere? Di rispondere alla solitudine con l’isolamento, all’autodistruzione con la distruzione istituzionalizzata?

Il vero nemico non è la droga. Il nemico è un sistema proibizionista che, in nome di un falso moralismo, criminalizza il consumo ma alimenta il traffico. È un sistema che colpisce i più deboli, mentre arricchisce mafie, narcotrafficanti e apparati repressivi. La via della legalizzazione, della riduzione del danno, della cura al posto della punizione, non la si sceglie perché “la droga fa bene”, ma perché la repressione fa peggio. Fa più morti. Più carcere. Più marginalità. Più stigma. Come abbiamo visto, altri paesi hanno scelto la via della legalità e del rispetto. E hanno avuto meno overdose, meno crimine, meno AIDS. Il tossico che lascia la siringa in piazza invece che recarsi nei centri adatti, invece di sentirsi un malato e non un reietto, invece di capire che c’è qualcuno che lo ascolta e che non lo vuole morto in quanto sbaglio di natura, quel tossico, lo possiamo recuperare. Ma serve una rivoluzione copernicana sul tema droga. La primavera intanto, come cantava il poeta, tarda ad arrivare.

Febbraio 2026

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