Carlo Pizzati con “Il Fuggitivo” (Neri Pozza, 2025) ha scritto un libro che ti prende per il bavero e ti trascina, come un mulo testardo, tra le sabbie d’Egitto, le giungle indiane e le memorie di un prozio che sembra uscito da un film di Monicelli, con quel misto di eroismo sghembo e umanità. Un libro che non si accontenta di raccontare una storia, ma ti tira fuori il tuo Veneto di dentro e il tuo India di fuori, e ti fa litigare con il passato mentre guardi al futuro con un occhio strizzato. La scrittura è un po’ cronaca, un po’ poesia, un po’ chiacchierata al bar.

Partiamo della fuga, che è il motore di tutto. La fuga di Ottone Menato, un alpino di Valdagno che nel ’40 si trova prigioniero dei britannici dopo la batosta di Nibeiwa. Scappa, lo riprendono, scappa ancora: dal deserto del Sinai, con beduini che lo guardano come un matto, allo Yemen, fino ai campi di prigionia indiani, dove la giungla è più ostile dei secondini. È una fuga che sa di fame, di sudore e di libertà. Pizzati ce la racconta con il fiato corto, come se corresse dietro al prozio, e ti fa sentire il peso di ogni passo. Ma non è solo fuga fisica: è un voler scappare dalla gabbia della storia, da una guerra che gli italiani combattono con le scarpe rotte e il cuore spezzato. È la fuga dell’italiano medio, che non vuole essere eroe, ma solo tornare a casa a mangiare polenta. E poi c’è l’India, quella di ieri e quella di oggi, che Pizzati conosce come le sue tasche, avendoci vissuto quindici anni. L’India degli anni Quaranta è un mondo di colonialismo inglese, con i prigionieri italiani che recitano Goldoni in campi come Yol, sotto l’Himalaya, mentre fuori Gandhi scalpita per l’indipendenza. È un’India di villaggi, di pastori che aiutano Ottone per un tozzo di pane, di tensioni tra indù e musulmani che già fanno presagire guai. Ma poi c’è l’India di oggi, che Pizzati attraversa con il passo del cronista: Mumbai che brulica, Bangalore che sogna Silicon Valley, Dharamsala che profuma di spiritualità e crisi climatica. È un paese che corre verso il futuro, con i suoi robot e le sue divinità, ma inciampa ancora nei fantasmi del passato coloniale. Alla fine l’India è come l’Italia: sempre a metà strada tra un sogno e un disastro.

La guerra di Pizzati non è quella dei libri di scuola, tutta fascismo e marce. È una guerra “miserabile”, fatta di italiani disperati, prigionieri che si arrangiano, che si travestono da indiani o studiano urdu per sognare di combattere coi giapponesi. Dopo l’8 settembre ’43, il caos: chi si schiera con gli antifascisti, chi resta fedele al Duce in una ridicola “Repubblica Fascista dell’Himalaya”. Pizzati scava negli archivi, legge memoriali, e ci mostra un’umanità allo sbando, che però trova momenti di poesia: un teatro improvvisato in un campo di prigionia, un dibattito culturale tra detenuti affamati. È la guerra degli ultimi. E poi c’è Ottone Menato, il prozio, un valdagnese puro, alpino, poeta, alpinista, che scala le Piccole Dolomiti e scrive romanzi come “Latin Lovers”. Un tipo che non si arrende mai, e Pizzati lo insegue come un nipote curioso, dialogando col suo “fantasma” attraverso il personaggio di Diego Taranto, e lo rende vivo: un uomo che recita nei teatri dei campi, che pianifica fughe impossibili, che incarna l’orgoglio veneto. Perché qui sta il punto: Ottone è Valdagno, è il Veneto delle montagne, della tenacia operaia, e Pizzati, che viene dallo stesso paese, si guarda allo specchio in quel prozio: “essere di Valdagno” è un modo di stare al mondo, un misto di radicamento e voglia di andare lontano.
L’India di oggi, verso il futuro, è l’altra faccia del libro. Pizzati la racconta con amore e disincanto: è un gigante che si sveglia, con le sue città ipertecnologiche e i suoi villaggi fermi nel tempo, con le sue tensioni religiose e il suo ottimismo sfrenato. È un’India che potrebbe dominare il mondo, ma che deve fare i conti con il clima che cambia e un’eredità coloniale che ancora pesa. Pizzati, che insegna comunicazione laggiù, la vede come uno specchio del nostro tempo: un luogo dove il passato non smette di parlare, proprio come il suo prozio. “Il Fuggitivo” è storia, è memoir, è viaggio, è l’Italia che ci portiamo dentro, quella che scappa, inciampa, ma ha ancora tempo per sognare.









