Seconda edizione dei “Dialoghi al Monte” curati dal presidente della Fondazione Monte di Pietà Giovanni Diamanti, dopo la serata con Pietrangelo Buttafuoco dello scorso 10 aprile. Ospite nuovamente di eccezione, qui per presentare il suo libro “I figli dell’odio”, Cecilia Sala è, suo malgrado, diventata un simbolo del reporter nei luoghi di guerra più per quanto le è accaduto (la prigionia a Evin) che per il suo lavoro sul campo. Nel suo libro, Sala si lancia nel vortice mediorientale: Israele, Palestina, Iran. Tre “capitoli” (radicalizzazione israeliana, distruzione palestinese, umiliazione iraniana) che compongono un affresco che vuole spiegare l’odio come forma contemporanea di religione politica. Cecilia Sala intervista testimoni, esperti; il libro non è un pamphlet ideologico distratto ma un reportage che cerca di «mettere la mano nel sacco dell’odio». Viene esposta in piena regola la contraddizione dell’odio: che non è solo “contro”, ma è anche distruzione di sé, incapacità di riconoscere l’altro come umano. Come nella storia della ragazzina ebrea di 13 anni che, ad Hebron, tiene in mano uno striscione che recita “divorzia da questa mamma e da questa figlia”, frase che richiama la Bibbia e dice che se tua moglie non è ebrea devi cacciarla di casa insieme ai figli che ti ha dato. “Questo è il grado di odio – spiega Cecilia. Esiste un estremo della società israeliana ed una radicalizzazione di Israele. Come fa una 13enne, nel 2025, ad avere la paranoia dei matrimoni misti? Il problema è che oggi la maggioranza dei giovani è contro i due stati e questo non è assolutamente lo spirito dei loro nonni, ma neanche dei loro genitori”. C’è poi il palestinese che si fida di Arafat e degli accordi di Oslo e prova a crescere il figlio con questi valori. Il figlio però la vede diversamente e morirà tentando di attaccare e uccidere le forze armate israeliane. “In Iran – ancora Cecilia – è tutto ancora più complesso. Nel libro parlo di un ragazzo che organizza concerti. Suo cugino era stato impiccato una settimana prima per una confessione a cui era stato costretto. Lui dice che lì l’odio è al potere”. Poi c’è la storia di Karem, che ha perso la mano destra durante il primo mandato di Trump, quando venne riconosciuta Gerusalemme come capitale di Israele. Lui gettò delle pietre contro la base militare israeliana e da lì un cecchino gli sparò alla mano destra dicendogli “così non ti potrai vendicare”. Il pregio di Sala è che racconta l’occupazione della Cisgiordania senza mai trovare un colpevole perché le colpe per lei sono da tutte le parti; in un dibattito che anche in geopoltica scade nel tifo (vedi gli estremismi dei pro-pal), è un pregio rilevante.

Il suo rapporto con l’Iran è qualcosa di forte, così come intenso è il modo in cui lei ha sempre raccontato l’altra faccia dell’Iran, quella giovane, che ha voglia di libertà. “La società iraniana è in fermento – dice – e a Teheran c’è una vita notturna pazzesca, il vino si beve ovunque nonostante sia illegale, tutti hanno le viti in casa, ci sono centinaia di migliaia di ragazze che non indossano il velo e non è che i poliziotti non vedano tutto questo, anzi gli è chiaro. Nel 2022 lo scontro si accende non per questi motivi (bisognerebbe mettere in carcere tutti, altrimenti) ma perché se una cosa che tu fai nel privato la fai diventare un’istanza politica allora al regime non va più bene. La micro ribellione è scusata ma se scendi in piazza per chiedere un cambiamento (fino a chiedere la morte del dittatore) allora ti arresto o ti impicco. Ad esempio, l’Iran ama il calcio come l’Italia. I calciatori sono delle star: fanno una vita libera e lo sanno tutti. Nelle loro feste c’è alcol, c’è musica, donne e a volte pure droga. Quando però ai mondiali in Qatar i giocatori della nazionale hanno usato quel palcoscenico per esprimere solidarietà alle ragazze che venivano arrestate in piazza, allora i calciatori sono diventati nemici della patria. Tanti iraniani sperano in una caduta morbida della dittatura un po’ come è accaduto all’ex Unione Sovietica, e contano su questo anche perché l’opposizione iraniana è molto divisa e non ha le caratteristiche e l’organizzazione
per iniziare una guerra civile”.
Il libro termina con la sua esperienza di prigionia. Per la prima volta non si trovava semplicemente a raccontare una storia di ingiustizia ma la viveva sulla sua pelle. Se non fosse stata lei protagonista, dice, ne parlerebbe anche di più e in maniera più forte. Quella stanza vuota, con il senso del vuoto che diventa padrone. E sapere che sei a Evin, il che non è affatto rassicurante perché ci muore gente barbaramente. Il tempo che non scorre mai tra interrogatori e isolamento. I fari al neon sparati h24. E lei che inizia a chiedersi se, dopo giorni, ha perso la lucidità.

Alla fine, quello che è emerso dalla chiacchierata amichevole (i due sono amici e si vede) tra Diamanti e Sala è che il filo della verità è un filo sottile, e che in mezzo alla retorica dell’odio, occorre qualcuno che abbia sentito il suono del silenzio di una cella per poter capire quanto in basso possiamo arrivare.

P.S. Onore sempre a chi fa giornalismo nei luoghi di guerra, sempre e comunque. Perché, come ha ricordato Cecilia Sala, i giornalisti non fermano le bombe ma dove non ci sono i giornalisti i massacri procedono più spediti.










