Dal monopolio del tabacco in Cina al debito nascosto dietro l’intelligenza artificiale, la stessa dinamica si ripete: quando un settore diventa troppo grande per le casse pubbliche o per i mercati, il contenimento diventa retorica. Nessuno vuole davvero fermare ciò da cui dipende.
FATTI CHIAVE
Nel 1982, sotto Deng Xiaoping, il tabacco diventa monopolio di Stato in Cina. Quarantatré anni dopo genera 1.580 miliardi di yuan di gettito fiscale (quasi 200 miliardi di euro) il 7,3% di tutte le entrate pubbliche cinesi, un euro e mezzo su venti che entra nelle casse dello Stato. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un’incidenza fiscale di almeno il 75% sul prezzo del pacchetto come leva più efficace contro il consumo; la Cina è ferma al 48%, e una riforma del 2024 sposterà la riscossione delle accise ai governi locali, gli stessi che dovrebbero far rispettare i divieti antifumo, ora con un interesse economico diretto a non farlo troppo rigorosamente.
Sull’altro lato del Pacifico, un’inchiesta del Financial Times avrebbe mappato fino a 3,1 trilioni di dollari di debito legato all’intelligenza artificiale che non compare nei bilanci ufficiali delle aziende coinvolte, un numero che si scrive con dodici zeri e che nessun rendiconto, di nessuna delle società interessate, racconta per intero. Il meccanismo, costruito attraverso società veicolo che si indebitano per edificare data center e poi li rivendono a chi le ha finanziate, è stato accostato, con la cautela dovuta, alla finanza creativa che precedette il crollo di Enron. Regge tutto sull’aspettativa che il mercato dell’intelligenza artificiale valga, entro il 2030, qualcosa come trenta trilioni di dollari: una cifra su cui nessuno può ancora dire nulla di verificabile.
Ed è qui che il tema del contenimento smette di essere teoria. Il libro che per primo lo ha posto al centro del dibattito, “The Coming Wave”, porta la firma di uno dei fondatori dei laboratori che l’intelligenza artificiale l’hanno costruita, pubblicato nel 2022, prima di qualsiasi IPO miliardaria, a smentire chi liquida l’allarme come marketing. Eppure, tre anni dopo, un senatore americano (Ted Cruz) può ancora proporre pubblicamente di costruire “robot killer” prima che lo faccia qualcun altro, dimenticando che chi li costruisce, poi, li vende: a tutti. Esattamente come, a Pechino, un regolamento antifumo definito “il più severo di sempre” aspetta da quattordici anni di diventare legge nazionale.
LA CONNESSIONE NASCOSTA
Il monopolio cinese del tabacco e il debito fuori bilancio dell’intelligenza artificiale non hanno, in apparenza, nulla in comune. Eppure condividono lo stesso punto cieco: in entrambi i casi, chi dovrebbe contenere il fenomeno ne è già diventato dipendente. Non è ipocrisia, è aritmetica. Si può annunciare il contenimento quanto si vuole, ma la legge non arriva finché il bilancio, pubblico o di mercato, ha più da perdere che da guadagnare a farla arrivare davvero. Il tabacco lo insegna da un secolo; l’intelligenza artificiale lo sta solo scoprendo più in fretta.
E IN ITALIA?
Anche l’Italia vive da decenni una versione domestica dello stesso meccanismo: il debito pubblico. Nessun governo, di qualunque colore, lo ha mai ridotto in modo strutturale, perché farlo per il bene del Paese significherebbe pagare, chi governa, il prezzo politico dell’effetto collaterale: la spesa tagliata, il consenso eroso, il malcontento immediato. Ed è esattamente la differenza che un aforisma spesso attribuito ad Alcide De Gasperi mette a fuoco meglio di ogni analisi: lo statista guarda alla prossima generazione, il politico alla prossima elezione. Chi deve rispondere del costo immediato di una scelta giusta, quasi mai ha il coraggio di farla fino in fondo. La scorsa settimana il BTP decennale è arrivato al 4,56%, spread sul Bund a 100 punti base: non un allarme, ma il prezzo silenzioso di un coraggio mai davvero esercitato.










