Il ciclo dei Classici 2026 ha messo l’Olimpico di fronte a due viaggi opposti nel corso di una settimana. Uno è il cammino verso casa, affidato ai corpi e al silenzio. L’altro è la discesa verso la morte e il ritorno da essa, affidato alla parola. Del primo diciamo subito che è quasi un capolavoro. Il secondo lo è a metà, e la metà mancante è forse la ragione per cui vale la pena parlarne.

Ritorno a Itaca di Hervé Koubi è un balletto, e la cosa non è un dettaglio di genere ma la ragione stessa della sua riuscita. Il mito dell’Odissea è fatto di parole: astuzie, travestimenti, racconti mentiti a chi non deve riconoscerti. Portarlo nella danza significa togliergli proprio ciò che lo regge e scoprire che sotto c’era altro. Koubi lo sa, e lo sa perché il Mediterraneo, per lui, non è un’ambientazione ma un’origine: il suo lavoro nasce dall’incontro di corpi formati altrove, nella strada, nella capoeira, nell’acrobazia e nella danza contemporanea, che portano dentro di sé rive diverse dello stesso mare. Mettere questi corpi a raccontare il viaggio di Ulisse significa far coincidere la materia del mito con quella di chi lo danza. Il naufrago non è più un personaggio, è una condizione che i danzatori conoscono per storia e per mestiere. Da qui la lezione filosofica arriva per via fisica. Il nostos è l’esatto contrario di una restaurazione: si torna sempre in un luogo diverso da quello che si è lasciato, e soprattutto si torna da uomo diverso. La danza lo dice con una semplicità disarmante, perché un corpo che ha attraversato il mare e la guerra non ritrova mai il passo di prima, e ogni tentativo di rientrare nel ritmo della casa è insieme un omaggio e una goffaggine. L’energia collettiva che è la firma di Koubi, quel muoversi in gruppo come un’onda che si spezza e si ricompone, restituisce con forza l’idea che il viaggio non appartiene a un eroe solo ma a un equipaggio, a un popolo in cammino, e che l’identità di chi torna è fatta anche delle presenze perdute lungo la via. Il momento più alto è quello che ogni versione del mito deve affrontare, il riconoscimento, e la danza gli restituisce la sua verità più profonda. Non c’è catarsi improvvisa ma una negoziazione lenta, il pas de deux di due persone che devono decidere se vogliono ancora appartenersi. Ciò che nel testo omerico passa per una prova verbale, il segreto del letto radicato nell’ulivo, diventa qui una questione di fiducia tra i corpi, di quanto ciascuno accetti di lasciarsi sorreggere dall’altro e di quanto, viceversa, riesca a sorreggere. La casa, dice il balletto, non è un luogo ma un patto continuamente rinnovato, e un patto tra corpi si vede: nell’attimo in cui l’abbraccio smette di essere un ricordo e diventa un presente. Davanti a quella scena lo spazio di Palladio, con la sua promessa di eternità dipinta, smette di essere sfondo e diventa argomento, perché qui l’eterno non è l’immobile, è ciò che si lascia ritrovare. E il virtuosismo di Koubi, che altrove rischierebbe di restare esibizione, trova in questa architettura di prospettive la sua misura: la forza si disciplina, il salto diventa senso.

Alcesti è un’altra storia, e non solo perché appartiene al teatro di parola. Euripide scrive un testo sghembo, collocato al posto del dramma satiresco, dove tragedia e tregenda si contaminano, dove una donna muore al posto del marito e il marito, con una sincerità quasi insopportabile, si scopre incapace di sostenerne il peso. Il nodo filosofico è tutto lì, e la messinscena lo coglie: che cosa significa essere salvati da un altro? Il sacrificio di Alcesti è insieme il gesto più alto e la condanna più crudele per chi ne beneficia, perché consegna Admeto a una vita che non può più essere sua senza vergogna. Ogni vita ricevuta in dono porta con sé un debito che nessuna gratitudine estingue. Lo spettacolo funziona quando resta in questa tensione, quando lascia che la domanda sul valore di una sopravvivenza ottenuta a spese di qualcuno faccia il suo lavoro lento. Funziona meno quando cerca di sciogliere l’ambiguità. Il ritorno finale di Alcesti, velata e muta, con Eracle che ha lottato con la morte per restituirla, è uno dei finali più enigmatici del teatro antico, e resta enigmatico proprio perché nessuna spiegazione lo esaurisce. Ma la regia sembra a tratti voler rassicurare dove il testo vuole inquietare, e il mezzo capolavoro nasce da qui: da un’opera che avrebbe dovuto avere il coraggio di restare aperta e che invece, per un attimo, cerca la chiusura ed è anche troppo lunga. Curioso che l’istante più potente sia proprio quello in cui Alceste taci, come se il teatro di parola, per dire la cosa più difficile, dovesse concedersi il linguaggio dell’altra serata.

Eppure proprio questo scarto rende i due spettacoli un dittico più coerente di quanto il calendario lasciasse immaginare. Itaca racconta il ritorno di chi ha perso il proprio posto e lo riconquista; Alcesti racconta il ritorno di chi non avrebbe dovuto tornare e lo fa a prezzo di un altro. Nel primo il tempo è ciò che ci trasforma e ci restituisce, nel secondo è ciò che ci viene sottratto e poi, incomprensibilmente, reso. In entrambi la questione ultima è la stessa, ed è la più antica: che cosa resta di noi quando tutto quello che eravamo è passato per la prova della perdita. Sta forse in questo, in fondo, il senso del confronto che l’Olimpico ha voluto offrire. Un capolavoro è un’opera che sa di che cosa parla e lo dice con misura, anche quando a dirlo sono soltanto dei corpi. Un capolavoro e mezzo è un’occasione più rara: la possibilità di vedere, nella stessa stagione e sotto lo stesso soffitto dipinto di cielo, la differenza tra ciò che è compiuto e ciò che continua a interrogarci perché non lo è del tutto.
Foto: Roberto De Biasio









