Esistono i Cinquestelle a Vicenza? Esistono. O meglio: sono esistiti, si sono agitati, hanno brillato di luce riflessa nelle grandi occasioni nazionali, e poi si sono ritirati nell’ombra delle assemblee condominiali e dei gruppi Telegram, come fantasmi di una stagione che a Vicenza non ha mai davvero messo radici.
Nel 2013, all’apice della grande marea grillina, Liliana Zaltron – nome che ancora oggi risuona nei ricordi dei più tenaci – si presentò a sindaco e raccolse il 6,5% dei voti. La lista toccò il 7%, entrando in consiglio con un paio di seggi. Era l’eco locale del 25% e oltre che il Movimento aveva strappato in provincia alle politiche di pochi mesi prima. Un segnale, non una conquista. Variati vinse al primo turno, e i pentastellati rimasero quello che sono sempre stati in queste terre: un fenomeno di protesta importato, poco adatto al pragmatismo berico.
Nel 2018, mentre a livello nazionale sfioravano il 32%, alle comunali di Vicenza non si presentarono. Problemi di simbolo, liti intestine, autorizzazioni negate dal centro. Il vuoto favorì, secondo alcuni studi di flussi, la vittoria al primo turno di Francesco Rucco. Quando non ci sei, gli altri si spartiscono i tuoi voti. E a Vicenza i voti grillini, quando spariscono, finiscono spesso a destra.
Poi il declino. Alle regionali del 2015 ancora qualche punto (intorno al 9-11% in provincia con Jacopo Berti). Nel 2020 già al 2 e qualcosa. Nel 2022 alle politiche intorno al 5% in provincia, poco più in città. Nel 2023 Edoardo Bortolotto, avvocato e combattente sui PFAS, si presentò a sindaco e prese l’1,7%. Zero seggi. Al ballottaggio, però, i resti grillini si riversarono su Giacomo Possamai, contribuendo a quel pugno di voti che ribaltò Rucco. Alle regionali del 2025, nel comune di Vicenza, il Movimento 5 Stelle è sceso al 2,77%. Una presenza statistica, non politica.
Leader? Zaltron nei primi anni. Poi figure di secondo piano: Giovanni Glorioso come referente cittadino, Sonia Perenzoni coordinatrice provinciale, Simone Contro (vicentino di Sandrigo) al livello regionale. Nomi rispettabili di attivisti, non di padroni del territorio. A Vicenza il Movimento non ha mai prodotto un notabile, un amministratore di peso, un volto che i cittadini associassero al governo della città.
Ecco il punto. Il pentastellato medio vicentino – e non solo – è una figura antropologica degna di studio. Combinazione di moralismo da sagrestia laica e di sospetto permanente verso chiunque abbia mai messo piede in un consiglio comunale. Odia i “partiti”, ma quando si tratta di alleanze diventa improvvisamente pragmatico. Predica la purezza e poi si accontenta di un assessorato o di un posto nell’osservatorio sui PFAS. È il figlio (o il nipote) della protesta che ha scoperto, tardi, che governare è più noioso che urlare “onestà”.
A Vicenza, terra di imprenditori che alzano le tapparelle alle sei del mattino e di cattolici che sanno distinguere tra peccato e peccatuccio, questo tipo umano ha sempre fatto un po’ fatica. Troppo messianico per il Nordest, troppo instabile per chi misura la politica in termini di asili nido e piste ciclabili. Il grillino locale è spesso un ex deluso di sinistra che ha trovato in Grillo e poi in Conte una nuova religione, oppure un tecnico arrabbiato che confonde la trasparenza con l’esibizione permanente del sospetto. Caustico con gli altri, indulgente con se stesso. Ironico fino a quando non gli tocca decidere.
Ora si parla – o si mormora – di una lista Cinquestelle a sostegno di Possamai per le prossime comunali. Il sindaco, giovane, moderato, di formazione lettiana, uomo di centro che ha saputo tenere insieme civici, renziani residui e pezzi di sinistra senza farsi mangiare, dovrebbe guardarsi bene da certe tentazioni. Rafforzarsi al centro, sì. Allargare verso i moderati delusi dalla destra, verso chi cerca competenza e non slogan. Ma legarsi ai resti del Movimento 5 Stelle significa portarsi in dote non voti (che sono pochi), ma un marchio di fabbrica: l’instabilità, la retorica del “tutti a casa”, la tendenza a trasformare ogni dissenso in questione morale.
Possamai ha vinto perché è apparso il contrario del populismo. Un amministratore, non un predicatore. Se si lega a “certa gente”, rischia di offuscare proprio quel profilo. I Cinquestelle a Vicenza esistono ancora, certo. Come esistono i fantasmi nelle case vecchie: si sentono ogni tanto, fanno un po’ di rumore, ma non abitano più. Meglio lasciarli dove sono, nell’archivio delle stagioni finite, e costruire altrove. Anche perché a livello nazionale Giuseppe Conte sta fagocitando la debolissima Elly Schlein soprattutto sul tema Ucraina, mostrando le enormi differenze tra una sinistra moderata e riformista (quella a cui appartiene l’attuale sindaco) e il movimento populista per eccellenza fino a portare il PD a votare no al DDL antisemitismo per rincorrere quella testarda unità che ormai è oltre l’imbarazzo. I pentastellati a Vicenza sono pochi, molto pochi, l’abbiamo detto, ma qui è il principio che conta e riproporre lo schema anche in città porterebbe molti elettori moderati ad avere più di un dubbio sull’identità della coalizione.










