In questo sciagurato paese i salari sono bassi, i giovani scappano o accettano paghe da fame ma pare che la soluzione magica, il toccasana, l’arcano della giustizia sociale sia il salario minimo per legge. Come se bastasse un decreto del Principe per trasformare un’economia anemica in un banchetto di prosperità condivisa. Di fatto è una balla colossale. Il salario non è un diritto astratto né un dono del legislatore. È il prezzo di un servizio, il corrispettivo di un valore prodotto. Fissarlo per legge significa interferire brutalmente in un meccanismo di incontro tra domanda e offerta di lavoro. E ogni volta che lo Stato impone un prezzo artificiale superiore a quello che il mercato è disposto a pagare, il risultato è matematico: o chi assume smette di assumere, o assume di meno, o assume “in nero”, o scarica i costi altrove. I più deboli — i giovani senza esperienza, gli immigrati poco qualificati, le donne con carichi familiari, i lavoratori del Sud — sono i primi a pagarne il prezzo con la disoccupazione o con la precarietà mascherata. La Francia ce lo insegna da decenni: salario minimo alto, disoccupazione giovanile strutturalmente elevata. La Germania, prima della grande riforma Hartz, ci raccontava la stessa storia. Perfino gli Stati Uniti, con il loro federalismo, mostrano come il salario minimo federale crei distorsioni enormi tra Stati ricchi e Stati poveri. Ma la sinistra nostrana, impermeabile ai fatti, continua a sognare il paradiso svedese senza avere né la produttività svedese né la disciplina svedese. Il problema italiano non è che i datori di lavoro siano avari. Il problema è che produciamo troppo poco valore per lavoratore. La produttività ristagna da trent’anni. Il cuneo fiscale è tra i più alti d’Europa: lo Stato si prende quasi la metà di quanto costa un lavoratore all’impresa. La burocrazia strangola, il diritto del lavoro è un labirinto di lacci e lacciuoli, la scuola forma laureati spesso inutili al mercato, l’innovazione tecnologica arranca, gli investimenti fuggono. In questo quadro, imporre per legge un salario minimo è come mettere il cerotto su una gamba gangrenosa: copre la ferita, ma accelera l’amputazione. Che cosa serve allora? Servono cose serie, adulte, impopolari tra i demagoghi. Serve abbattere il costo del lavoro riducendo drasticamente le tasse sui redditi da lavoro e sui contributi. Serve restituire all’impresa e al lavoratore i soldi che oggi finiscono nella macchina parassitaria dello Stato e della spesa improduttiva. Serve una flessibilità vera del mercato del lavoro, che permetta alle aziende di assumere sapendo di poter anche ridimensionare senza finire in tribunale per anni. Serve formazione spietata, meritocratica, orientata alle competenze che il mondo chiede davvero. Serve deregolamentazione, riduzione del peso della politica sull’economia, investimenti in infrastrutture e tecnologia. Serve, in una parola, crescita. Perché solo la crescita crea lavoro che vale la pena pagare. Solo la produttività crescente permette salari crescenti senza distruggere posti di lavoro. Il resto è retorica da comizio, assistenzialismo mascherato da giustizia, furberia elettorale che scarica sui datori di lavoro il costo delle proprie incapacità di governare il Paese. Il salario minimo è la stampella ideologica di chi non vuole affrontare il problema vero: un’Italia bloccata, burocratizzata, tassata fino all’osso, poco istruita e poco coraggiosa. Finché non avremo il coraggio di dirlo chiaro, continueremo a consolarci con palliativi che fanno bella figura sui giornali e disastri nella vita reale. E i lavoratori, quelli veri, quelli che si alzano la mattina e producono, continueranno a pagare il conto. Come sempre.

I cattivi politici sono quelli permalosi
C’è una storia che gira su Bob Dylan, e che mi piace perché non ha bisogno di essere letterale per









