Sta davvero tornando il 1930?

Veramente pensate che in Sassonia ora siano tutti nazisti? Non vi viene il dubbio che invece il fallimento della politica tradizionale abbia portato la gente a votare la qualunque pur di vedere che succede? Io un dubbio ce l’ho, e grosso come una casa. Perché ogni volta che l’establishment si sveglia la mattina dopo un voto che non gli piace e scopre il nemico invece di guardarsi allo specchio, la storia insegna che il conto, prima o poi, si paga tutto insieme, con gli interessi.

Badate, non sto dicendo che chi ha vinto in Sassonia-Anhalt sia gente per bene, né che il programma di Ulrich Siegmund sia una boutade da salotto. AfD propaganda idee che a un liberale o a chiunque abbia letto un libro di storia con un minimo di attenzione, dovrebbero far accapponare la pelle e sono pericolose per la tenuta dell’Europa. Ma il punto, il punto vero, quello che tutti si ostinano a non voler vedere, è un altro: perché il quarantaquattro per cento dei sassoni-anhaltini, con un’affluenza record, ha deciso che questo era il male minore rispetto a chi ha governato fin qui?

E qui arriviamo al nocciolo, alla colpa enorme, davvero enorme, che la politica tradizionale e soprattutto la sinistra (tedesca e non) si porta addosso da almeno un decennio: non aver capito che l’immigrazione è il tema dei temi. Non uno dei temi. Il tema. Quello che organizza tutti gli altri, che decide le elezioni, che riscrive le mappe elettorali da Stoccolma a Palermo passando per Magdeburgo. La sinistra europea ha trattato per anni chi poneva la questione migratoria come un rozzo, un razzista in incognito, un cripto-fascista da tenere a debita distanza con la faccia storta. Ha preferito la superiorità morale alla soluzione dei problemi, il cordone sanitario alla cura. E la cura, si sa, richiede coraggio: dire che l’accoglienza senza integrazione è un fallimento annunciato, che i confini vanno governati e non ignorati per pudore ideologico, che la sicurezza dei cittadini non è un tabù di destra ma un diritto di sinistra dimenticato. Invece niente. Il vuoto. E nel vuoto alla fine entra chiunque abbia il coraggio o la spudoratezza di dire la cosa sbagliata a voce alta, piuttosto che la cosa giusta sottovoce.

Difendere il territorio non è odio. È il minimo che uno Stato deve fare. Uno stato ha il diritto — e il dovere — di decidere chi entra, chi resta e a quali condizioni. Non è razzismo. È sovranità. L’immigrazione clandestina e non controllata non è “accoglienza”. È un fallimento dello Stato: frontiere porose, sbarchi continui, identità non verificate, persone che spariscono nel territorio, pressione su case, scuole, pronto soccorso e lavoro nero. Chi paga alla fine sono sempre gli stessi: chi vive nel posto da sempre, chi ha un reddito basso, chi abita nei quartieri dove l’ordine pubblico si è già sfilacciato. Si può essere umani e insieme esigenti. Si soccorre chi è in pericolo in mare. Poi si identifica, si valuta la domanda e si rimpatria chi non ha diritto di restare. Chi entra illegalmente non può avere gli stessi diritti di chi rispetta le regole. Altrimenti le regole non servono a niente. Un Paese che non controlla i propri confini smette di essere un Paese. Diventa un corridoio. E un corridoio non protegge né i propri cittadini né chi arriva in buona fede.

La destra sovranista di Weidel e di Siegmund però ha solo slogan, ha la rabbia, che per carità è un sentimento legittimo e persino sano quando nasce da un disagio reale, ma diventa un programma di governo soltanto nella testa di chi non ha mai dovuto governare davvero. “Se necessario ci saranno nuove elezioni, e allora vinceremo al cinquanta o cinquantacinque per cento” ha detto Siegmund la sera del trionfo, e in quella frase c’è tutta l’ebbrezza plebiscitaria che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia studiato un minimo di storia tedesca del secolo scorso. Non dico che siamo al 1930, quando Hitler non era ancora al potere ma il vento già girava e la borghesia guardava altrove convinta di poterlo addomesticare in un secondo momento. Dico che la tentazione di liquidare come folklore ciò che invece è un segnale strutturale (un pezzo di Germania orientale che si sente tradito dalla riunificazione, dimenticato dalle metropoli, spaventato dal futuro) è esattamente lo stesso errore di sottovalutazione che la vecchia Europa commise un secolo fa, quando pensava che gli estremismi fossero un fuoco di paglia destinato a spegnersi da solo contro il muro della ragione.

E allora cosa servirebbe, come il pane, in questo momento? Servirebbe una politica liberale e riformista, capace di prendere sul serio il tema dell’immigrazione senza vergognarsene e senza caricaturarlo, che facesse le riforme vere — quelle sull’integrazione, sul lavoro, sulla sicurezza, sulla crescita — lasciando a sinistra la vecchia retorica dell’accoglienza senza se e senza ma, e alla destra populista la vecchia retorica della chiusura senza se e senza ma. Una politica che stia nel mezzo non per tiepidezza, ma per lucidità. Che dica alla gente la verità: che i problemi sono complessi, che le soluzioni richiedono tempo, che nessuno ha la bacchetta magica, ma che qualcuno, finalmente, si sta occupando sul serio delle cose che contano nella vita quotidiana delle persone, invece di discutere per l’ennesima volta di pronomi e di virtù segnalate nei salotti buoni di Berlino, di Parigi, di Roma.

Ma forse è già troppo tardi. L’Europa è ormai in briciole: divisa tra un centro che non sa più parlare al suo popolo e periferie che si sentono, non a torto, abbandonate. E la colpa, ripeto, è della politica. Non diamola a chi vota AfD, o a chi in Italia vota Vannacci. Diamola a noi. A noi che non li abbiamo capiti, che li abbiamo ascoltati con la puzza sotto il naso, che abbiamo scambiato il nostro perbenismo per intelligenza e la loro rabbia per ignoranza. Un secolo fa la borghesia colta di Weimar guardava con lo stesso disprezzo le camicie brune che marciavano nelle strade di una Germania umiliata dalla crisi e dall’inflazione, convinta che quella gente lì non contasse, non fosse presentabile, non meritasse un discorso serio. Sappiamo come è andata a finire. Non sto dicendo che la storia si ripeta identica — la storia non si ripete mai identica, fa sempre rima, come diceva qualcuno — ma il meccanismo psicologico dell’establishment che si sente troppo intelligente per perdere e invece perde, quello sì, quello si ripete eccome.

Possiamo ancora, se davvero lo vogliamo, parlare a questa gente. Possiamo ancora spiegare che l’alternativa non è tra il buonismo cieco e la xenofobia armata, che esiste una terza via fatta di regole, di rispetto, di ordine e di apertura insieme, che non è un ossimoro ma la definizione stessa di una politica adulta. Ma l’impressione, l’impressione forte e amara che si ricava guardando i talk show e leggendo i titoli di questi giorni, è che siamo troppo snob per farlo. Troppo occupati a indignarci, troppo innamorati della nostra superiorità morale, troppo pigri per fare la fatica di capire prima di condannare. E allora, no, non credo che in Sassonia siano tornati tutti nazisti. Credo che siamo tornati noi, quelli che dovrebbero guidare, a essere colpevolmente distratti. E questa, alla fine, è una notizia molto peggiore.

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