In Italia, ogni volta che la destra governa o semplicemente respira senza chiedere perdono preventivo, scatta l’allarme fascismo. Parliamo del fascismo eterno, metafisico, che secondo i nostri catechisti laici si anniderebbe in ogni richiamo all’interesse nazionale, in ogni preoccupazione per i confini, in ogni rivendicazione di ordine pubblico o di identità culturale. Contro questo spettro l’unica terapia sarebbe l’antifascismo militante, la piazza, la memoria obbligatoria, le citazioni sacre, i moniti solenni. È una liturgia che nasconde una doppia sconfitta: quella della sinistra e, in fondo, della serietà del dibattito pubblico. Perché non è con l’antifascismo rituale che si battono i fascisti. Ma attenzione: questo non significa essere ciechi di fronte ai rischi reali. Esistono derive nazionaliste aggressive, demagogiche e culturalmente rozze che meritano di essere guardate con lucidità e contrastate con intelligenza. L’AfD in Germania, con le sue frange estreme e il suo revisionismo strisciante; i toni di un generale Vannacci che scivolano volentieri per non dire sempre nel qualunquismo e nella semplificazione caricaturale e sono strettissimi parenti dei primi fasci; il populismo di Nigel Farage, abile nel cavalcare malesseri legittimi ma spesso allergico alle complessità istituzionali e internazionali. Sono fenomeni che contengono veleni – sovranismo esasperato, tentazioni isolazioniste, derive identitarie che possono trasformarsi in chiusure pericolose – e che una democrazia liberale deve sapere contenere senza ingenuità. Il punto è un altro. La sinistra italiana (e non solo) ha trasformato la lotta al “fascismo” in un mestiere, in un’identità di supplenza, in un alibi perfetto per non misurarsi con la realtà. E così facendo, invece di arginare davvero i nazionalismi cattivi, li ha spesso irrobustiti. Perché quando l’unica risposta al malessere popolare è la predica moralistica, la ramanzina sui valori, la memoria come clava, la gente normale – quella che paga le bollette, che ha paura per i figli, che vede il quartiere cambiare – finisce per buttarsi tra le braccia di chi, bene o male, parla dei suoi problemi concreti. E quali sono questi problemi? Bollette che divorano lo stipendio. Un’immigrazione senza regole e senza integrazione che crea sacche di degrado e insicurezza. Sicurezza nelle città ridotta a spot elettorali. Scuole che faticano a insegnare l’italiano prima di dedicarsi a battaglie ideologiche. Sanità con liste d’attesa interminabili. Lavoro dignitoso e prospettive per i giovani. La sinistra di una volta diceva di sentire la “pancia” degli ultimi. Quella di oggi è fatta prevalentemente di ceti privilegiati: intellettuali, professionisti pubblici, abitanti di quartieri bene, titolari di redditi da smart working o da fondazioni. Gente che può permettersi di vivere sui “valori”, sull’antifascismo di professione, sui diritti civili sempre più astratti e lontani dalla vita materiale della maggioranza. Nobilissimi valori, per carità. Ma quando diventano l’unico orizzonte, diventano anche evasione dalla politica vera. Il risultato è grottesco: più la sinistra grida al pericolo nero, più la destra – anche nelle sue varianti rozze e rischiose – guadagna terreno. Servirebbe, invece, una sinistra seria capace di fare due cose insieme: contrastare con fermezza le derive autoritarie e illiberali (di qualunque colore) e occuparsi ossessivamente dei problemi materiali degli italiani. Immigrazione controllata e integrata, sì; ma anche welfare efficiente, scuola meritocratica, sanità che funziona, energia a prezzi ragionevoli. Senza queste risposte concrete, l’antifascismo diventa solo rumore di fondo, utile a mantenere poltrone culturali e morali, ma incapace di fermare alcunché. Il fascismo storico lo ha battuto la storia e la guerra, non le veglie antifasciste. I nazionalismi tossici di oggi si battono con la politica vera: quella che risponde ai bisogni della gente senza cedere né al globalismo astratto né al sovranismo caricaturale. Tutto il resto è chiacchiera di salotto, per quanto colta e indignata. E la chiacchiera, si sa, alla fine consegna il campo agli avversari. Anche a quelli che non vorremmo.

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