Quando parliamo di denatalità, rischiamo spesso di cominciare dalla fine: dal numero dei bambini che non nascono. Molto meno frequentemente ci chiediamo che cosa accada prima. Perché donne e uomini rinunciano ad avere figli, perché li hanno sempre più tardi e quante persone scoprono, proprio quando decidono di diventare genitori, che quella possibilità non è più così scontata.
Per questo considero particolarmente interessante la proposta di legge regionale presentata dal consigliere di Azione Nicolò Rocco, che mette insieme la crioconservazione volontaria degli ovociti, il cosiddetto social freezing, e la prevenzione dell’infertilità maschile attraverso check-up clinico-diagnostici rivolti ai giovani.
Il punto politico, prima ancora che sanitario, è importante: la possibilità di avere un figlio riguarda la libertà delle persone e non può essere affrontata soltanto quando l’infertilità è già diventata un problema.
C’è innanzitutto una questione di parità di genere. L’età in cui biologicamente sarebbe più semplice avere un figlio coincide spesso, per una donna, con quella in cui deve terminare gli studi, entrare nel mercato del lavoro, superare la precarietà e costruire una posizione professionale.
Uomini e donne non pagano allo stesso modo questo rinvio. Abbiamo giustamente lavorato perché le donne potessero studiare, lavorare, fare carriera e scegliere la propria vita, ma non abbiamo ancora costruito condizioni sociali e lavorative nelle quali la maternità possa davvero convivere con tutto questo.
Il social freezing non può diventare la risposta a questa contraddizione. Sarebbe sbagliato dire alle giovani donne: congelate gli ovociti e pensate prima alla carriera. La risposta principale resta nei servizi per l’infanzia, nei congedi realmente condivisi tra madri e padri, in un lavoro più compatibile con la vita familiare e in una maggiore stabilità dell’occupazione femminile.
Ma offrire alle donne una possibilità in più significa comunque allargare lo spazio della scelta. E questo è un diritto che merita di essere considerato.
C’è poi un altro aspetto della proposta di Rocco che considero particolarmente significativo: finalmente si parla anche degli uomini. Per troppo tempo fertilità e difficoltà riproduttive sono state considerate quasi esclusivamente questioni femminili. Eppure l’infertilità riguarda entrambi i sessi.
La prevenzione andrologica nei giovani è ancora poco diffusa. Prevedere controlli e screening significa non soltanto fare prevenzione, ma affermare un principio culturale: la responsabilità riproduttiva è di donne e uomini. Anche questa è parità di genere.
Se vogliamo affrontare seriamente la crisi demografica, allora, non possiamo limitarci a chiedere alle persone di fare più figli. Dobbiamo chiederci perché molte non riescano ad avere quelli che vorrebbero.
Casa, lavoro, servizi educativi e conciliazione sono una parte della risposta. Ma lo sono anche la tutela della fertilità e l’accesso alle cure.
Per questo credo che il ragionamento avviato dalla proposta regionale possa essere spinto ancora più avanti, affrontando anche il tema della procreazione medicalmente assistita. La PMA non dovrebbe trasformarsi in un percorso a ostacoli né dipendere dalle possibilità economiche della coppia. E tempi di attesa troppo lunghi sono particolarmente paradossali in un ambito nel quale proprio il tempo incide sulle possibilità di successo.
La politica non deve convincere le persone ad avere figli. Deve fare in modo che chi desidera averne non debba rinunciarvi per il lavoro, per il reddito, per la mancanza di servizi o perché ha scoperto troppo tardi un problema di fertilità.
Francesca Carli
Politiche educative Azione Veneto
Segretaria cittadina Azione










