Il generale e le ovaie altrui

Roberto Vannacci, dopo aver passato una vita a ordinare truppe e a spiegare al mondo intero come si tiene un Paese, ha deciso di occuparsi anche delle ovaie. Non le proprie, naturalmente. Quelle degli altri. O meglio: delle altre. Nel programma di Futuro Nazionale l’aborto «non è un diritto» e quindi si tratta di spostare il baricentro. Prevenzione. Sostegno. Informazione sul battito fetale. Associazioni pro-vita nei consultori. Pillola Ru-486 vietata in ambulatorio e a domicilio. Il concepito diventa soggetto di diritti giuridici già mentre è ancora in quel luogo che, per il resto della società, continua a chiamarsi utero. Ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità. Culla vuota obbligatoria. Giornata della vita nascente. Reddito di Rinascita per le madri. Mutuo Tricolore al terzo figlio. Quote azzurre. Tutto molto ordinato, molto militare, molto protetto. La parola chiave, del resto, è sempre quella: proteggere. Il patriarcato mediterraneo – qualsiasi cosa voglia sia – va difeso, non criminalizzato. Serve a formare maschi forti, capaci di dominare emozioni e passioni, e a offrire protezione alle donne. Le quali, a quanto pare, senza un paterfamilias che le scudi rischiano di finire in mano a smidollati empatici. È un ragionamento che ha la cristallina linearità di certe caserme: se le donne vengono violate, è perché non ci sono abbastanza patriarchi. Se le donne abortiscono, è perché non vengono abbastanza accompagnate (leggi: convinte) a tenere. Se le donne non fanno abbastanza figli, è perché lo Stato non le incentiva abbastanza a trasformarsi in infrastruttura demografica. Il bello è che Vannacci non propone di abrogare la 194. È troppo furbo per quello. Preferisce svuotarla dall’interno. La legge resta, ma diventa un corridoio obbligato di “informazione”, di ascolto del battito, di presenza di chi sa già quale sia la risposta giusta. Non un divieto ma un’atmosfera. Ed è un’atmosfera che sa di casa, di famiglia naturale, di sangue e di suolo, di tutto ciò che rende la procreazione l’unico fatto pubblico degno di attenzione. Il matrimonio resta l’unico istituto di coppia perché «solo la procreazione ha rilievo pubblico». Le unioni civili si abrogano. Le adozioni solo a padre-e-madre. Le donne contano in proporzione ai figli che mettono al mondo o, in mancanza, alla loro disponibilità a farsi proteggere. Non è il ritorno al Medioevo, come gridano i più pigri. È il ritorno a un’idea di donna come bene da custodire, non come soggetto che decide. Il patriarcato mediterraneo non è, nella versione vannacciana, il sistema che storicamente ha limitato accesso allo studio, al lavoro, al patrimonio, al divorzio, alla sessualità, alla parola pubblica. È un sentimento di protezione. Come se la protezione non fosse mai stata, storicamente, anche possesso. Come se dire «ti proteggo» non contenesse sempre, in filigrana, «decido io da che cosa e fino a quando».Si potrebbe ironizzare sulla coerenza: lo stesso uomo che parla di smidollati e di mancanza di coraggio propone uno Stato che accompagna, informa, incentiva, monitora e, all’occorrenza, mette pro-vita nei consultori. Eppure la cosa più interessante non è nemmeno la coerenza. È la nostalgia. Vannacci non inventa un futuro: inventa un passato immaginario in cui i maschi erano forti, le donne protette, i figli numerosi e lo Stato sapeva esattamente cosa fare del corpo femminile. Un passato in cui la demografia era una questione di volontà politica e non di condizioni materiali, di lavoro precario, di case inaccessibili, di servizi inesistenti, di carriere che non perdonano. Un passato in cui le donne, a quanto pare, non avevano mai scelto di non avere figli, o di averne pochi, o di interrompere una gravidanza per ragioni che non rientravano nel catalogo della “difficoltà economica risolvibile con un bonus”. Il generale ha ragione su una cosa sola: la demografia è un problema. Ha torto su quasi tutto il resto. Perché ridurre le donne a vettori di natalità, e il loro corpo a territorio da presidiare con informazioni, associazioni e ministeri, non è una politica. È un’occupazione. E l’occupazione, si sa, funziona meglio se chi la subisce è convinto di essere protetto.

Settembre 2026

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