C’era una volta un’isola, un’estate, due famiglie costrette a dividersi la stessa spiaggia. Era il 1996 e Paolo Virzì girava “Ferie d’agosto”, commedia agrodolce che oggi definiremmo profetica ma che allora era semplicemente spietata nel fotografare il presente. Da una parte i Molino, romani de Roma, popolani orgogliosi e berlusconiani viscerali; dall’altra gli intellettuali di sinistra, quelli con le buone letture e le buone maniere e il fastidio sottile per chi urla troppo forte in spiaggia. Il film funzionava perché fotografava qualcosa di nuovissimo all’epoca: un’Italia che con l’arrivo del maggioritario e la discesa in campo di Berlusconi aveva improvvisamente smesso di essere un mosaico di sensibilità diverse per diventare uno stadio. Due squadre, due curve, due modi di vestirsi e di parlare e persino di prendere il sole. Noi e loro, semplice, brutale, definitivo.
Il problema è che quella spiaggia di agosto non è mai finita. Ci siamo alzati dagli ombrelloni, abbiamo fatto le valigie, siamo tornati in città, e la villeggiatura tribale è diventata il clima ordinario dei dodici mesi. Oggi non serve nemmeno più il pretesto delle ferie: apri un social, accendi una qualsiasi trasmissione di approfondimento, ascolti una discussione al bar, e ti ritrovi dentro lo stesso canovaccio del film di Virzì. Ogni argomento, qualsiasi esso sia — un vaccino, una guerra lontana, il prezzo del pane, persino una partita di calcio — viene istantaneamente tradotto in una domanda sola: da che parte stai? Non importa cosa pensi nel merito, importa la maglia che indossi. La complessità di un ragionamento è diventata sospetta in sé, perché chi si ferma a distinguere, a dire “sì ma”, a riconoscere una ragione nel campo avverso, viene guardato con lo stesso sospetto con cui i Molino guardavano gli intellettuali e viceversa. Solo che ora è sempre agosto, e non finisce mai.
Eppure non è sempre stato così, e vale la pena ricordarlo prima che la memoria collettiva si sieda comoda sull’idea che il tribalismo sia una legge di natura della politica italiana. C’era una Prima Repubblica proporzionale, con tutti i suoi difetti e le sue lentezze e i suoi inciuci, che però aveva un pregio oggi quasi incomprensibile: restituiva in Parlamento le sfumature reali di un paese. C’erano la Democrazia Cristiana correntizia, che dentro di sé conteneva già mezzo arco costituzionale, il Partito Socialista, il Partito Repubblicano, i liberali, i comunisti che si dividevano fra riformisti e ortodossi, i socialdemocratici, i missini, i radicali. Non era un idillio, e la partitocrazia produceva i suoi mostri, ma quel sistema partiva da un’idea oggi dimenticata: che le persone pensano cose diverse per ragioni diverse, e che un buon sistema politico deve saper ospitare questa varietà invece di comprimerla in due blocchi contrapposti. Un elettore poteva sentirsi liberale sui diritti civili e socialista sull’economia, cattolico nei valori e repubblicano nel metodo, senza per questo essere un’anomalia da spiegare agli amici. Le idee circolavano più libere delle appartenenze.
Poi è arrivato il maggioritario a promettere governabilità e alternanza, e in cambio ci ha consegnato la logica binaria del tifo. Ha fatto un favore enorme alla nostra pigrizia mentale, va detto: pensare in due categorie è molto più comodo che pensare in venti. E così, senza quasi accorgercene, siamo tornati indietro di ottocento anni, a essere guelfi contro ghibellini, bianchi contro neri, senza nemmeno la scusa di dover litigare per l’investitura imperiale. Ci dividiamo per fazione con lo stesso furore identitario dei comuni medievali, solo che allora almeno la posta in gioco era il potere su una città, mentre oggi spesso la posta in gioco è semplicemente avere ragione su un gruppo Whatsapp. La politica, che dovrebbe essere il luogo dove si esercita il pensiero libero, è diventata il luogo dove il pensiero libero viene punito per primo, perché disturba la narrazione pulita delle due curve.
Il risultato è che siamo diventati, collettivamente, tutti più scemi. Non per mancanza di intelligenza individuale, ma per una sorta di atrofia muscolare del ragionamento: la sfumatura è un muscolo, e se non la eserciti si spegne. Virzì, con la sua Sabina Molino imbarazzata dal cognato leghista e Silvio Orlando incapace di sopportare i vicini di ombrellone, ci aveva avvertiti trent’anni fa che la deriva era già iniziata. Non l’abbiamo ascoltato: abbiamo semplicemente prolungato quell’agosto fino a farne l’unico clima stagionale rimasto, dodici mesi su dodici, senza nemmeno il conforto dell’abbronzatura.










