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Buon Ferragosto da un paese ridicolo
Buon Ferragosto. O quello che ne resta, in un paese che ormai sembra scritto da uno sceneggiatore ubriaco e sempre più rancoroso. Mentre fuori si fanno le guerre sul serio, con i morti veri e le mappe che cambiano colore, noi qui continuiamo a litigarci sul protocollo. Il governo Meloni, ormai preda della rincorsa a chi fa meglio il Vannacci, ha scoperto che esiste la Spagna, senza capirne bene i confini, e che i suoi turisti a volte hanno la cattiva idea di venire da noi. In mezzo, dicono, c’è qualche immigrato disperato. Quindici ne contavano, di cui uno da Ceuta. Già perché è capitato a tutti di essere mandati dal governo marocchino a nuoto, di perdere tutto, ma poi riuscire a prendere un aereo, senza documenti e senza soldi e arrivare in Italia, il paese in cui tutti vogliono vivere perché c’è il miracolo meloniano. Nel frattempo per i turisti in carne e trolley di qua e di là ci sono code, disagi, ristoratori che imprecano e una retorica sovranista applicata pure ai madrileni col costume a fiori. Perché qui difendere i confini vuol dire anche controllare quanta sangria si possa bere in riva al Tirreno. C’è qualcosa di sublime in questa capacità di trasformare ogni questione in una questione di principio. E di farci figurare sempre un po’ ridicoli. Poi arriva Merz e dice che gli immigrati ce li rimanda indietro e vien da capirlo, in fin dei conti la baruffa infantile con l’Europa l’abbiamo iniziata noi. Noi che in risposta facciamo le facce offese, i comunicati, le interviste. Un classico. In questo circo può mancare Salvini? Salvini che va all’omaggio a De André e scoppia lo scandalo. E il motivo è che ascoltare Bocca di Rosa in Italia è un sacramento laico riservato a chi ha votato almeno una volta a sinistra o ha un passato da collettivo universitario. Lui non può. Perché è Salvini. Se avesse un briciolo di intelligenza capirebbe l’assurdità della cosa. Ma se avesse un briciolo di intelligenza non sarebbe Salvini, e il cerchio si chiude elegantemente. Fuori, intanto, fa un caldo da Apocalisse. Si muore, letteralmente, e c’è ancora chi ti dice che «è sempre fatto caldo d’estate». Il cambiamento climatico, in Italia, resta un’opinione. Preferibilmente di sinistra. Quindi sospetta. Io da bambina passavo le estati a fare cose inutili e perfette: mare, angurie, litigi per il posto migliore sotto l’ombrellone, nessuna preoccupazione per il PIL o per l’impronta di carbonio. Erano estati di una spensieratezza quasi criminale. Oggi guardo Elly Schlein e provo una certa invidia. Lei è rimasta lì. Okkupa l’asilo dell’esistenza, sorride come se il mondo reale fosse un optional fastidioso, e continua a credere che basti volersi tanto bene. C’è qualcosa di toccante in questa fedeltà all’infanzia politica. Qualcosa di profondamente, inconsolabilmente ridicolo. Buon Ferragosto, allora. Da questo paese che non smette di stupirsi delle proprie assurdità e che, nonostante tutto, continua a crederci. O almeno a far finta.
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