La scorsa settimana tre decisori globali (la Casa Bianca, la Federal Reserve, Tokyo e Pechino) hanno scoperto la stessa cosa: le parole non producono barili di petrolio, non abbassano i rendimenti a lunga scadenza che il mercato decide da solo e non trattengono i capitali dove non vogliono stare. Il potere retorico e il potere fisico sono due cose diverse, e il confine tra loro si è fatto improvvisamente visibile.
FATTI CHIAVE
Gli USA non hanno abbastanza petrolio per la guerra che annunciano
Le scorte strategiche americane di petrolio, quelle che il governo tiene come riserva d’emergenza per le crisi (un fondo di sicurezza nazionale da usare quando il mercato si blocca), sono scese a circa 300 milioni di barili, il livello più basso da oltre quarant’anni. Ogni settimana di luglio ne è andata via una fetta: sette milioni di barili nell’ultima. Le raffinerie girano al 97% della capacità, alcune nel Midwest già al cento percento, per esportare prodotti raffinati in Asia e in Europa. Se lo Stretto di Hormuz (il canale tra il Golfo Persico e il Mar Arabico attraverso cui passa un quinto del petrolio mondiale) venisse davvero bloccato, gli Stati Uniti avrebbero pochi giorni di respiro prima che il sistema energetico interno iniziasse a soffrire. Chi lo sa meglio di Trump? Quasi certamente Teheran.
La Fed lascia i tassi fermi, il mercato li alza lo stesso
La Federal Reserve ha deciso di non toccare i tassi di interesse a breve termine per la quinta volta consecutiva, con un voto interno di nove a tre. Il paradosso è avvenuto nel pomeriggio stesso della decisione: mentre il tasso ufficiale restava fermo, il rendimento del titolo di Stato americano a trent’anni (l’obbligazione più lunga emessa dal governo USA, usata come bussola globale per il costo del denaro nel lungo periodo) saliva al 5,2%, il livello più alto dal luglio 2007, prima della crisi finanziaria. Il nuovo presidente della Fed ha scelto di non comunicare le proprie intenzioni future, convinto di ridurre così le distorsioni del mercato. Il mercato ha risposto alzando il prezzo del denaro a lungo termine da solo.
Il capitale globale torna a casa
In Giappone, il più grande fondo pensione del mondo gestisce una somma equivalente a quasi un quarto del PIL italiano ogni anno. Per decenni ha comprato titoli di Stato americani, perché in Giappone i rendimenti erano zero e in America no. Ora che la banca centrale giapponese ha iniziato ad alzare i tassi, la matematica è cambiata: i capitali tornano. Non per scelta politica, ma perché il differenziale di rendimento si è chiuso abbastanza da rendere il rientro conveniente. Nello stesso periodo, Pechino ha annunciato che tasserà al venti percento le plusvalenze sui patrimoni nascosti nelle strutture offshore, quelle reti di società alle Isole Cayman o a Hong Kong che per vent’anni avevano consentito alle élite cinesi di tenere la ricchezza fuori dalla portata del fisco. Una tolleranza che è finita non per un improvviso rigore morale, ma per necessità di gettito. La Cina è diventata capitalista, ma spesso si ricorda di essere nata comunista.
LA CONNESSIONE NASCOSTA
C’è una legge fisica che vale per l’energia, ma si applica benissimo anche alla politica: la conservazione. Puoi spostare il calore da un posto all’altro, ma non puoi crearlo dal nulla. Puoi dichiarare, minacciare, annunciare, ma prima o poi la realtà presenta il conto.
Quello che la settimana ci ha mostrato, in tre scene simultanee, è il momento preciso in cui la retorica incontra il muro. Trump può minacciare di chiudere Hormuz finché vuole, ma se le riserve d’emergenza sono ai minimi da quarant’anni, l’escalation si ferma da sola prima ancora di iniziare. La Fed può lasciare i tassi fermi, ma se il mercato pensa che l’inflazione resterà alta, spinge i rendimenti a lunga scadenza da solo, senza aspettare il permesso di nessun banchiere centrale. E il capitale giapponese non rientra in patria perché qualcuno l’ha ordinato: torna perché la differenza di rendimento si è assottigliata abbastanza da rendere il viaggio conveniente.
Immaginiamo di aver promesso a noi stessi di risparmiare di più questo mese. Il proposito è reale, la volontà anche. Poi arrivano la bolletta del gas, il meccanico, la rata del mutuo. A un certo punto il conto in banca non mente: quello che abbiamo dichiarato e quello che abbiamo fatto sono due numeri diversi. I governi e le banche centrali hanno lo stesso problema, solo su scala più grande. La differenza è che loro possono incolpare i mercati. Noi, il meccanico.
Ma mentre noi possiamo agire sul nostro risparmio con comportamenti più parsimoniosi, un governante non può decidere dove deve andare il mercato, fintantoché questo pianeta sarà governato dal capitalismo, il paradigma è che il mercato non guarda in faccia nessuno. Nemmeno Trump.
COSA CAMBIA PER GLI ITALIANI
Il rendimento dei titoli di Stato americani a trent’anni al cinque percento non è una notizia americana. Si trasmette. L’Euribor, il tasso a cui le banche europee si prestano denaro tra loro (e da cui dipendono i tassi variabili dei mutui italiani), segue la rotta americana con qualche mese di ritardo. Chi ha un mutuo a tasso variabile lo sta già sentendo, e chi deve rinnovarlo o accenderne uno nuovo dovrà fare i conti con un costo del denaro strutturalmente più alto di tre anni fa.
Sul fronte energia, il petrolio sopra cento dollari al barile, spinto da ogni nuova tensione a Hormuz, arriva direttamente alla pompa di benzina e alla bolletta del gas. L’Italia importa quasi tutto il suo fabbisogno energetico. Non abbiamo riserve strategiche paragonabili a quelle americane. Ogni escalation geopolitica nel Golfo si traduce, nel giro di qualche settimana, in un aggravio che le famiglie italiane pagano in modo molto concreto.
Lo spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi è intorno agli ottanta punti base: tranquillo rispetto ai cinquecento del 2011. Ma quella tranquillità dipende dai flussi globali, non dalla solidità dei nostri fondamentali. Se il premio al rischio globale si allarga, l’Italia è tra i primi a sentirlo. E noi ne sappiamo qualcosa, dal 1993 e dal 2011










