La sicurezza è uno di quei beni pubblici che non ammettono scorciatoie ideologiche. Chi la promette come un semplice corollario del controllo delle frontiere, o come frutto automatico di maggiore spesa sociale, finisce per deludere il cittadino. E questo governo, pur avendo agito con una certa determinazione su alcuni fronti, rivela oggi un’incapacità di fondo nel tradurre gli annunci in un sistema coerente di tutela dell’ordine pubblico e delle libertà individuali. Non si tratta di negare i risultati parziali. Nel 2025 gli omicidi volontari sono scesi a 286, il livello più basso da decenni, con una flessione significativa anche per i femminicidi. I reati complessivi mostrano una lieve contrazione, i rimpatri sono aumentati, gli sbarchi leggermente ridotti rispetto ai picchi precedenti. Sono stati varati decreti sui flussi, intensificate operazioni di polizia nelle aree a rischio, potenziate – almeno sulla carta – le assunzioni nelle forze dell’ordine. Eppure basta guardarsi attorno, nelle stazioni, nei parchi delle grandi città, nelle periferie, per cogliere una sensazione di precarietà che nessuna statistica aggregata riesce a cancellare. Quartieri dove la microcriminalità e le bande giovanili impongono una tassazione invisibile sulla vita quotidiana. Il problema è strutturale. Gli stranieri residenti rappresentano circa il 9% della popolazione, ma contribuiscono in misura sproporzionata a certi reati predatori: furti, rapine, spaccio. Questo dato non è un tabù da censurare, né una sentenza di condanna collettiva; è un fatto che impone di ragionare seriamente su integrazione, selezione dei flussi e rimpatri efficaci. Un approccio liberale non può fingere che la demografia non influisca sulla coesione sociale. Ma neppure può ridursi alla mera logica del respingimento. Serve capacità amministrativa, velocità nelle procedure, investimenti in controlli effettivi e, soprattutto, una politica di integrazione esigente: chi entra deve accettare le regole della convivenza civile, con sanzioni certe per chi le viola. Invece prevalgono due retoriche simmetriche e ugualmente dannose. Da una parte la propaganda securitaria che vende ogni calo statistico come vittoria epocale, ignorando le carenze croniche di organico – undicimila unità scoperte nella Polizia di Stato, stazioni che chiudono di notte, “coperte corte” nelle metropoli – e la persistenza del degrado urbano. Dall’altra la narrazione progressista che dissolve ogni responsabilità individuale e culturale nelle generiche “disuguaglianze”, trasformando la cronaca in un esercizio di sociologia compassionevole. Entrambe mortificano la serietà del discorso pubblico. Un approccio liberale dovrebbe puntare su ciò che davvero rafforza lo Stato di diritto: forze dell’ordine adeguatamente dotate e motivate, non trattate come variabili di bilancio; una giustizia penale certa e tempestiva, che non trasformi le carceri in magazzini né lasci impuniti i reati di strada; politiche di rigenerazione urbana che restituiscano spazi pubblici al cittadino comune; un’immigrazione legale selettiva, legata a esigenze reali del mercato del lavoro e accompagnata da percorsi di integrazione esigenti. Non slogan, ma istituzioni funzionanti. Non tolleranza zero demagogica, ma efficacia zero-tolleranza verso chi minaccia la convivenza. Questo esecutivo ha mostrato una maggiore consapevolezza rispetto ai governi precedenti sul fronte migratorio, ma resta prigioniero di una logica emergenziale e comunicativa. Manca una visione di lungo periodo capace di coniugare sicurezza, libertà e coesione sociale. Finché la politica continuerà a oscillare tra annunci populisti e buonismi inconcludenti, il cittadino pagante di tasse e rispettoso delle regole si sentirà abbandonato: non più protetto dallo Stato, ma lasciato in balia di statistiche consolatorie e di strade che, al tramonto, diventano meno sue. È questa la vera incapacità: non aver saputo costruire una sicurezza reale, misurabile non solo nei numeri del Viminale, ma nella vita quotidiana di chi chiede semplicemente di poter esercitare, senza paura, le proprie libertà civili.

La noia dell’opposizione vicentina
Un problema serio va affrontato in maniera seria. E la sicurezza, l’immigrazione e il degrado nelle città sono problemi seri.









