La noia dell’opposizione vicentina

Un problema serio va affrontato in maniera seria. E la sicurezza, l’immigrazione e il degrado nelle città sono problemi seri. Però la politica italiana ormai è diventata mero volantinaggio e di serio conserva ben poco. Vicenza non fa eccezione e porta con sé una noia mortale, un refrain ossessivo e surreale, che accompagna la vita pubblica della città. L’opposizione di centrodestra non si dà pace. Degrado, insicurezza, spaccio, bivacchi, immigrati irregolari che tornano come boomerang dopo quattro ore dal foglio di via, droga che circola nei giardinetti e nei quadrilateri malfamati. Foto di panchine sporche, video di ceffi sospetti, allarmi notturni amplificati fino al parossismo. La città soffre, è vero, e guai a minimizzarlo. Vicenza ha i suoi mali: il consumo di stupefacenti che lascia otto morti in un anno nella provincia, un triste primato veneto; microcriminalità diffusa, spesso legata a soggetti noti, stranieri irregolari o no; disagio che si vede a occhio nudo in certe zone. Ma qui entra in scena il paradosso grottesco, il cortocircuito logico che rende l’opposizione vicentina non solo noiosa, ma tragicomica. Questi signori, che a Roma siedono al governo da anni con Giorgia Meloni, che controllano il Viminale e dettano la linea sulla sicurezza e sull’immigrazione, passano le giornate a lapidare il sindaco Possamai come se fosse lui il responsabile ultimo del degrado planetario. Lamentano ciò che il loro stesso governo nazionale non è riuscito a estirpare in tre, quattro, cinque anni di legislatura. Si sparano sui piedi con un’eleganza da elefante in una cristalleria, senza mai accorgersi dello specchio che hanno di fronte. Possamai, dal canto suo, fa quello che un sindaco può fare e lo fa con una certa concretezza che l’opposizione finge di non vedere per non doversi specchiare. Ha firmato ordinanze contro bar e call center del Quadrilatero che favoriscono schiamazzi e spaccio: chiusure anticipate, divieto di alcol, dopo controlli della Polizia locale che nel 2025 hanno portato a 110 operazioni antidroga e antidegrado con decine di arresti e denunce. Ha ridotto i bivacchi in centro da una trentina a meno di dieci. Ha chiesto e ottenuto un Patto per la sicurezza urbana con la Prefettura, installato telecamere, potenziato (nei limiti del possibile) la Polizia locale, investito un milione sulla Marosticana per frenare incidenti e insicurezza stradale. Soprattutto, non si stanca di bussare al governo: più agenti (in provincia ne mancano 147 rispetto al 2008), ritorno dell’Esercito con Strade Sicure, più fondi per la sicurezza urbana, procedure di espulsione veloci invece di Daspo che sembrano «fogli di carta», come dice lui stesso. Ha incontrato Piantedosi, ha portato le istanze in Anci. Un sindaco di centrosinistra che chiede più pugno duro allo Stato: paradossale solo per chi vive di schematismi. E il governo Meloni? I numeri nazionali dicono che qualcosa si è mosso: c’è un calo degli sbarchi rispetto agli iniziali picchi, aumentano i rimpatri, ci sono finalmente assunzioni massicce nelle forze dell’ordine e un calo generale di alcuni reati predatori. Bene, benissimo. Ma sul territorio, a Vicenza come altrove, il presidio stenta. Gli organici della Polizia di Stato in provincia sono in calo cronico, i rinforzi irrisori rispetto ai pensionamenti, la burocrazia delle espulsioni resta un colabrodo, la droga continua a uccidere e a degradare quartieri. Il disagio giovanile e il consumo di strada non si fermano con i comunicati stampa. Il degrado c’è, ma i sindaci, di ogni colore, sono ridotti a fare i tappabuchi. L’ironia surreale è tutta qui. L’opposizione vicentina, invece di premere sul proprio governo perché mantenga le promesse di pugno di ferro e legalità – più mezzi, più agenti, norme che funzionino davvero contro i soliti noti, integrazione severa o rimpatrio – passa il tempo a postare foto choc e a gridare al disastro di Possamai. Come se il sindaco avesse il potere per espellere, assumere carabinieri a volontà o bonificare quartieri senza risorse statali. È un copione da vaudeville: accusano il sindaco di non fare ciò che loro, al governo, dovrebbero garantire a monte. Lamentano se stessi. E lo fanno con quella seriosità indignata, quella amplificazione sistematica che trasforma ogni panchina lorda in un nuovo Bronx e ogni spacciatore in un esercito invasore. È la noia dell’incoerenza elevata a strategia comunicativa. Vicenza soffre di droga, immigrati irregolari che creano disagio, degrado urbano che erode la vivibilità. Giusto denunciarlo. Ma farlo fingendo che il problema nasca nel 2023 con Possamai, e non sia anche figlio di anni di politiche nazionali insufficienti sul fronte del controllo del territorio e della gestione dei flussi, è esercizio di autolesionismo dialettico. L’opposizione farebbe meglio a usare la sua voce per pretendere dal governo Meloni quel salto di qualità che finora, tra annunci e realtà locale, è rimasto incompiuto. Altrimenti resterà questo: una nenia ripetitiva, noiosa, paradossale. E Vicenza, tra una foto virale e l’altra, continuerà a chiedere fatti, non like.

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