C’è un momento, guardando le reazioni al caso Roggero, in cui la rabbia smette di essere comprensibile e diventa qualcos’altro. È il momento in cui, sotto ogni articolo, compaiono i commenti di chi scrive che i ladri andavano ammazzati tutti e tre, che il gioielliere ha fatto bene, che avrebbe dovuto sparare ancora. Non è più solidarietà verso una vittima, è qualcosa che assomiglia a un desiderio di sangue mascherato da senso civico, ed è quella bava alla bocca che spaventa più della sentenza stessa, che per altro va rispettata se non altro perché in uno stato di diritto è necessario distinguere fra giustizia pubblica e giustizia privata e diffidare parecchio della seconda. Il surreale (perché questo paese è ben oltre il surreale) è che la Cassazione ha applicato la legge del 2019, voluta da Matteo Salvini. Insomma, la destra se la prende con una propria legge, che ha portato i giudici a stabilire che quando Mario Roggero sparò, il pericolo era già finito. I rapinatori erano fuori dalla gioielleria, stavano salendo in macchina. Fine dell’aggressione. Fine della legittima difesa. Lo dice la legge. Quella scritta da Salvini.
In questi giorni però si sente solo una rabbia collettiva (cavalcata non solo dalla destra e dalla destra estrema ma con sorpresa anche da un partito in teoria liberale e garantista come Forza Italia) che si è costruita attorno a un’immagine — l’uomo comune spinto oltre il limite in pochi secondi di terrore — che i fatti raccontano solo in parte. Nel 2005 Roggero si era già presentato armato, di notte, a casa del fidanzato di sua figlia, minacciando lui e i suoi genitori: un episodio per cui patteggiò e per cui gli fu ritirato il porto d’armi. Nel 2015, durante un’altra rapina alla gioielleria, sparò già cinque colpi contro i malviventi in fuga, in una sequenza per certi versi speculare a quella del 2021. Ciò non vuol dire che questo cancelli il terrore vissuto quel pomeriggio d’aprile con moglie e figlia minacciate da un coltello e da una pistola che non sapeva essere un giocattolo. Ma dice che di fronte a una minaccia Roggero non ha mai avuto, nella sua storia, il freno che ci si aspetterebbe da chi si limita a difendersi: ha, per due volte prima di quest’ultima, risposto con un’arma a una situazione già conclusa o non ancora degenerata in aggressione fisica su di lui. È un pattern, non un incidente isolato, e ignorarlo per fare di lui un simbolo pulito è disonesto quanto ignorarlo per condannarlo sommariamente.
E qui la seconda paura, quella opposta, si complica ma non scompare: c’è ancora chi giudica dal salotto di casa, con la freddezza di chi non ha mai avuto un’arma puntata addosso alla propria famiglia, ed è ancora facile stabilire a mente lucida dove finisse il pericolo reale in quella scena. I giudici hanno un mestiere fatto apposta per tracciare quella linea con la testa fredda che chi vive l’aggressione perde. Ma sapere che quell’uomo aveva già dimostrato, vent’anni prima, di reagire alle tensioni familiari impugnando una pistola, rende più difficile leggere il 28 aprile 2021 come pura reazione istintiva di un innocente travolto dagli eventi, e più facile leggerlo come l’ennesimo episodio di un rapporto con le armi che lo Stato stesso aveva già giudicato pericoloso, tanto da togliergli la licenza.
Resta intatta, però, la paura di fondo, quella che nessun precedente cancella: viviamo in un paese dove tenere un negozio, restarci con la propria famiglia, può voler dire ritrovarsi minacciati da sconosciuti mascherati — nove assalti in sei anni, se i dati sono corretti, non sono percezione, sono una vita sotto assedio che nessuno dovrebbe dover accettare come normale. Chiedere di poter lavorare in sicurezza resta legittimo a prescindere da cosa pensiamo di Roggero.
Ed è qui che il caso, con questo tassello in più, diventa più scomodo, non meno interessante: non è la storia di un uomo qualunque piegato da un evento eccezionale, ma di un uomo che ha vissuto per anni sotto una pressione reale e cronica, e che a quella pressione ha risposto ripetutamente con le armi, prima ancora che la legge gli desse ragione o torto e di un uomo che ha precedenti nella sua sfera privata legati alla violenza. Il rischio, ora, è che la destra ne faccia comunque un martire ignorando il 2005 e la dinamica dell’omicidio del 2021, e che la sinistra ne faccia un mostro ignorando le nove rapine e lo shock accecante del momento, evitando ancora di parlare di sicurezza. La verità, come quasi sempre, sta nel tenere insieme le due cose, anche se scomode entrambe e ricordare cos’è giustizia e cos’è vendetta. La grazia che si sta chiedendo, mostra un paese pericolosamente alla deriva.









