Chi paga il conto quando il lavoro non basta più

Un economista che siede ai vertici del sistema cinese propone di sostituire il salario minimo con il salario vitale, un reddito universale e una pensione per tutti, come risposta diretta alla disoccupazione generata dall’intelligenza artificiale. Nello stesso momento, l’AI cinese più economica sta erodendo il modello di business di chi l’ha inventata altrove. Due mosse, una sola scommessa.

Cai Fang non è un accademico qualsiasi che scrive per il gusto di scrivere: siede nel comitato di politica monetaria della banca centrale cinese, guida uno dei think tank più influenti del paese, ed è considerato tra i cento economisti che hanno più contribuito a costruire la Cina di oggi. Quando un uomo così pubblica sulla rivista teorica del Comitato Centrale del Partito la proposta di passare dal salario minimo (la soglia che uno Stato fissa chiedendosi quanto può pagare un lavoratore senza frenare la crescita) al salario vitale, cioè quanto serve davvero a una famiglia per vivere con dignità e non solo per sopravvivere, quella proposta non resta un esercizio accademico: diventa un segnale politico che qualcuno, ai vertici, ha deciso di amplificare.

Il ragionamento dietro la proposta è tecnico, non ideologico: l’intelligenza artificiale, sostiene Cai Fang, distrugge posti di lavoro in modo rapido e concentrato, ma ne crea di nuovi in modo lento e disperso e chi finisce per beneficiare dei nuovi posti quasi mai coincide con chi ha perso quelli vecchi. Da qui la sua conclusione più radicale: il welfare deve sganciarsi da quanto una persona ha versato nel corso della vita lavorativa, perché in un mondo dove nessuno sa più quale competenza resterà utile tra cinque anni, diventa impossibile stabilire chi “se lo merita”.

Mentre a Pechino si scrive questa rete di protezione, altrove l’intelligenza artificiale cinese sta già facendo il lavoro sporco sui conti economici di chi l’ha inventata: modelli di intelligenza artificiale cinesi sono in grado di garantire prestazioni molto buone a costi pari a frazioni rispetto ai concorrenti statunitensi. Ogni dollaro americano investito in ricerca diventa, di fatto, materiale gratuito per chi copia più in fretta e più a buon mercato.

LA CONNESSIONE NASCOSTA

C’è qualcosa che non torna, ed è proprio quello che rende la settimana interessante. Se il tuo piano è vendere al mondo intelligenza artificiale a basso costo, minando i margini di chi te l’ha venduta come rivoluzione insostituibile, ti aspetteresti che a casa tua l’AI venga trattata come una risorsa da difendere, non come una minaccia da compensare. E invece succede il contrario: proprio chi sta rendendo l’AI economica per tutto il mondo è anche il primo a scrivere, nero su bianco e al massimo livello istituzionale, che quella stessa tecnologia distruggerà lavoro più in fretta di quanto ne creerà. È come un’azienda che vende ombrelli a prezzi stracciati a tutto il quartiere, e nel frattempo rinforza il tetto di casa propria: non sta negando che pioverà, sta solo scegliendo con cura dove ripararsi per primo. La Cina non sta scommettendo che l’intelligenza artificiale sia un bene o un male: sta scommettendo che, qualunque cosa succeda, conviene essere quelli che hanno già scritto il piano B prima che gli altri capiscano di averne bisogno uno.

COSA CAMBIA PER GLI ITALIANI

In Italia il tema del reddito minimo garantito lo abbiamo già vissuto, con tutta la polarizzazione che ricordiamo bene. Ma la novità di questa settimana non riguarda l’opportunità politica della misura, riguarda la motivazione con cui qualcuno, altrove, la sta rimettendo sul tavolo: non contro la povertà in generale, ma specificamente contro un tipo di disoccupazione che ancora non abbiamo visto arrivare del tutto. E qui il dato italiano fa da specchio scomodo: l’INPS certifica occupazione record e disoccupazione ai minimi storici, eppure i salari reali restano circa il 7% sotto i livelli del 2019-2020. Il lavoro c’è, ma vale meno di prima anche senza l’intelligenza artificiale a complicare le cose. Se la sfida che la Cina sta anticipando dovesse arrivare davvero (restiamo nel campo dell’ipotesi, perché per ora è un articolo, non una legge), la domanda che ci porremo non sarà se il welfare italiano regge. Sarà se regge un welfare pensato per un mondo che, nei fatti, aveva già iniziato a cambiare prima ancora che arrivasse l’AI a peggiorarlo.

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