La droga e la soluzione che nessuno vuole

Nicolò Naclerio, esponente di Fratelli d’Italia in consiglio comunale a Palazzo Trissino, ha voluto mettere il dito nella piaga del degrado urbano legato allo spaccio, alle piazze della droga come Campo Marzo, al flusso di tossicodipendenti attirati dai prezzi bassi e al microspaccio. Tralasciamo qui la domanda sul perché non l’ha fatto quando governava la sua parte, siamo troppo disillusi per credere alla coerenza in politica, e andiamo dritti alle reazioni. Da una parte l’amministrazione che esibisce i sequestri del Nos della Polizia Locale (qualche centinaio di dosi, operazioni mirate, arresti), dall’altra l’opposizione e il coro social che parla di “repressione” insufficiente o eccessiva, di bisogno di “prevenzione”, di commissioni consiliari. Tutto molto vicentino, tutto molto italiano: si litiga sui sintomi mentre la malattia avanza.

I numeri non mentono. La provincia di Vicenza primeggia in Veneto per segnalazioni ex art. 75 per possesso di stupefacenti: 842 nel 2024, con un aumento rispetto agli anni precedenti, 105 minorenni. Più di Verona, Venezia, Padova. Operazioni come “Marshall” hanno smantellato reti internazionali con decine di milioni di euro di giro d’affari radicate nel vicentino. Il SerD dell’Ulss 8 Berica segue migliaia di persone per dipendenze da droghe, alcol, gioco: un dramma umano che copre disagi profondi, policonsumo, abbassamento dell’età di inizio. Comparate con altre città: Milano, Bologna, Roma mostrano consumi di cocaina e cannabinoidi elevati nelle analisi delle acque reflue; Vicenza non è un’eccezione isolata, è uno specchio ingrandito di un’Italia dove il proibizionismo produce clandestinità, profitti criminali, vite rovinate, senza eradicare il consumo.

E qui arriviamo al punto che nessuno, o quasi nessuno, vuole davvero affrontare. La soluzione non è né più repressione fine a se stessa né le mezze misure demagogiche dei centri sociali. La vera soluzione, quella radicale nel senso etimologico del termine, è la legalizzazione di tutte le droghe, regolamentata, sotto controllo statale, con assistenza sociale vera, medicalizzata dove necessario, e soprattutto con eliminazione dello stigma. Liberalizzare non significa incoraggiare. Significa togliere il business ai clan nigeriani, albanesi, calabresi che oggi controllano il mercato, significa trasformare un problema penale in un problema di salute pubblica. Significa che lo Stato, invece di inseguire dosi in Campo Marzo, può tassare, controllare qualità (addio fentanyl tagliato letale), orientare i consumatori verso percorsi di riduzione del danno o disassuefazione reale. Significa assistenza sociale seria: non il volontariato buonista, ma strutture, psichiatri, comunità terapeutiche potenziate, reinserimento lavorativo. Significa trattare il tossicodipendente come un malato, non come un criminale da stigmatizzare fino alla emarginazione definitiva. Guardate l’alcol. Miete vittime infinitamente superiori: migliaia di morti all’anno tra incidenti stradali, cirrosi, tumori, violenze domestiche. Costa miliardi al sistema sanitario. È socialmente accettato, pubblicizzato, venduto ovunque. Nessuno propone il proibizionismo sull’alcol (l’America degli anni ’20 insegnò qualcosa), perché sappiamo che la proibizione genera solo illegalità e ipocrisia maggiore. La droga fa lo stesso, ma con un carico di ipocrisia politica supplementare. L’alcol è “il nostro vizio”, la droga è “il vizio degli altri”. Eppure i dati parlano chiaro: overdose da oppiacei e cocaina sono tragiche ma numericamente inferiori ai danni dell’etanolo legalizzato. Perché allora due pesi e due misure? Perché l’alcol è integrato nella cultura occidentale da millenni, mentre la cannabis, l’eroina, la cocaina sono rimaste nel cono d’ombra del proibizionismo novecentesco, figlio della guerra americana alla droga e di convenzioni internazionali ottuse.

Nessuna forza politica di rilievo, da destra a sinistra, si batte davvero per questa soluzione. La destra, giustamente ossessionata da sicurezza e ordine, punta sul controllo del territorio, sui Nos, sulle ordinanze antidegrado: sacrosanto, ma insufficiente se non si toglie l’ossigeno economico al narcotraffico. La sinistra parla di “riduzione del danno” ma si ferma alla cannabis light o alle commissioni, prigioniera del suo elettorato buonista e del timore di apparire “permissiva”. I moderati tacciono. Solo i radicali, da sempre, portano la bandiera antiproibizionista con coerenza, spesso solitaria e sbeffeggiata. Pannella lo diceva da decenni: il proibizionismo fallisce, genera criminalità organizzata, non salva nessuno. Aveva ragione. La droga esiste. Il desiderio di evasione, di anestesia dal dolore esistenziale, di alterazione della coscienza è antico quanto l’uomo. Negarlo con la forza della legge penale significa solo spostare il problema: nelle carceri, nelle piazze di spaccio, nei pronto soccorso. La soluzione che nessuno vuole è adulta, liberale e conservatrice al tempo stesso: responsabilità individuale sotto regole chiare, Stato che controlla invece di reprimere inutilmente, verità sui danni invece di retorica. A Vicenza come a Roma, come in Europa. Altrimenti continueremo a contare dosi sequestrate e vite perdute, fingendo che il “pugno duro” o la “prevenzione educativa” bastino. Non bastano. Non sono mai bastati.

A peripatetiche

La notizia è recente, freschissima: giro di vite, controlli rafforzati, sanzioni anche per chi si apparta in auto o nei

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