Volkswagen taglia centomila posti e chiude quattro fabbriche in Germania. Non è la crisi di un’azienda: è il gesto con cui un Paese ricco difende ciò che ha invece di rischiare su ciò che potrebbe diventare. La storia lo ha già scritto, settecento anni fa, a Venezia.
FATTI CHIAVE
Volkswagen ha messo sul tavolo un documento a cui è stato tolto di proposito il numero, per lasciarsi un margine. Ma il numero lo sanno tutti: centomila posti di lavoro, un dipendente su sei dell’intero gruppo, quattro fabbriche tedesche che chiuderanno. L’utile operativo del 2025 è crollato del 53%, il livello più basso dai tempi dello scandalo diesel. La casa che ha costruito l’auto del popolo si è scoperta bravissima a fabbricare una cosa che al mondo serve sempre meno.
Non è sola, ed è questo il punto. Bosch taglia 22.000 persone, il più grande ridimensionamento nella sua storia lunga quasi centoquarant’anni. ZF ne taglia fino a 14.000. Dal 2023 il settore auto tedesco ha perso 55.000 posti, e le stime per una sola regione parlano di 66.000 entro il 2030. Le città che vivevano delle tasse delle case automobilistiche, tra le più ricche d’Europa, cominciano a ritrovarsi i conti dei Comuni in rosso. La sensazione è che si tratti di una valanga, non un incidente.
E mentre la valanga scende, arriva chi compra a prezzo di saldo. Quasi un quinto della Mercedes è già in mani cinesi, Kuka, gioiello della robotica tedesca, è cinese, Volvo lo è da anni. In Italia il primo azionista di Pirelli, gli pneumatici che avvolgono ogni Ferrari, è un gruppo controllato da Pechino, con oltre un terzo delle quote. Lo scorso aprile il governo ha dovuto usare il golden power, cioè il potere speciale che permette allo Stato di mettere paletti quando un’azienda strategica rischia di finire sotto controllo straniero, per limitarne il peso nel consiglio di amministrazione.
LA CONNESSIONE NASCOSTA
Torniamo indietro di 700 anni, perché la storia qui non è un ornamento: è la spiegazione. Venezia era il posto più ricco del mondo e lo era diventata grazie a un contratto rivoluzionario, la commenda, che permetteva a un ragazzo senza un soldo di imbarcarsi con la merce di un mercante ricco e dividere il guadagno. Mobilità sociale vera, in pieno Medioevo. Poi, fra il 1297 e il 1315, le famiglie già arrivate in cima ebbero paura di quelle che stavano salendo. Compilarono un registro dei nobili, il Libro d’Oro, e chiusero la porta: la chiamarono serrata. L’atto finale fu vietare proprio la commenda, il contratto che li aveva resi ricchi, per non far salire nessun altro. Da lì Venezia smise di crescere e cominciò lentamente a diventare quello che è oggi: un posto bellissimo dove si vendono gelati e vetro soffiato ai turisti venuti ad ammirare le meraviglie di prima della serrata.
Ecco la connessione che nessuno pronuncia per intero: la Germania ha fatto lo stesso gesto con il motore diesel. Sapeva dal 2015 che l’auto elettrica stava arrivando, e ha rallentato apposta, non per stupidità, per convenienza: i margini sul diesel erano troppo comodi. Ha difeso il campione di ieri dal concorrente di domani, è la stessa mossa di Venezia, con una differenza che fa più paura, non meno: Venezia era un’oligarchia, bastava che decidessero poche famiglie. La Germania è una democrazia. Per fare una serrata, si scopre, non serve un tiranno, basta un Paese che, un voto comodo alla volta, sceglie di proteggere quello che ha. La crescita non te la porta via nessuno con la forza. Ci rinunci tu, senza quasi accorgertene.
COSA CAMBIA PER GLI ITALIANI
Verrebbe da guardare la Germania con una punta di soddisfazione, e sarebbe l’errore più stupido possibile. Quando a Wolfsburg si spegne una linea di montaggio, da qualche parte in Lombardia, in Piemonte o in Veneto squilla un telefono, e non porta mai buone notizie: freni, sospensioni, componenti che finivano su quelle auto. Ma c’è un canale ancora più diretto, che passa dal nostro mutuo. Se la Germania si indebolisce e si indebita per pagare il costo sociale di questi tagli, si muove il Bund, cioè il titolo di Stato tedesco che fa da metro europeo, e con lui lo spread e la pressione sulla banca centrale e alla fine della catena c’è la rata di chi ha un mutuo a tasso variabile. La stessa banca centrale avrebbe avvertito che entro fine anno il rischio di una recessione tecnica non riguarderebbe solo Berlino, ma anche Roma. Uso il condizionale perché è un avvertimento, non una sentenza.
E poi c’è la seconda bomba, quella che non fa rumore: la demografia. La Germania invecchia, ma noi invecchiamo peggio. Le proiezioni europee dicono che entro il 2050 in Italia ci sarebbe meno di una persona e mezza in età da lavoro per ogni over 65 e il sistema pensionistico regge su chi lavora oggi. La vera lezione, però, non è sulla Germania né sulle pensioni, è che concentrare tutto su un solo campione, un Paese, un settore, il vincitore di ieri, è la versione privata della serrata: ci si chiude dentro una scommessa sola perché ieri pagava, e la si chiama sicurezza. Il rischio più grande non è la Volkswagen che licenzia centomila persone. Il rischio più grande è chi, senza accorgersene, ha messo tutti i suoi risparmi su un’unica fabbrica.










