Ecco i 25 dischi migliori dei primi sei mesi del 2026, scelti e presentati qui in ordine del tutto casuale.
BY STORM “MY GHOST GO GOST”

Ritmi complessi, melodie di ispirazione jazz e testi astratti per un grande album di hip-hop destrutturata. Su una produzione dal carattere spirituale, caratterizzata dal suono della chitarra, la voce meditativa oscilla tra il dolore e l’accettazione
DRY CLEANING “SECRET LOVE”

Con l’eccellente produzione di Cate Le Bon Secret Love è il loro miglior lavoro finora e i testi di Shaw sono ancora tra i più fantasiosi della musica alternativa. Con questo album il post-punk degli esordi è alle spalle e si parla ora una lingua molto più ampia e variopinta.
MANDY, INDIANA “URGH”

Al secondo album, il quartetto di Manchester capitanato da una valchiria francese, produce un lavoro che unisce nell’immaginario colonne sonore industrial, post-punk e neo-noir degli anni ’80.
MITSKI “NOTHING’S ABOUT TO HAPPEN TO ME”

35 minuti di una malinconia pungente e melodica da una delle migliori cantautrici della sua generazione. Un’ascolto che a tratti fa riflettere, a tratti strazia il cuore e a tratti fa anche sorridere. C’è molta infelicità qui – Mitski ha citato come punto di riferimento il malinconico successo soft rock del 1975 di Eric Carmen, “All By Myself” – ma ciò che emerge da tale infelicità è stranamente delizioso e appagante. Se la miseria ama la compagnia, allora vale la pena stare in compagnia di Mitski.
BILL CALLAHAN “MY DAYS OF 58”

Come gran parte dei migliori lavori di Callahan, questa è una raccolta di canzoni incredibilmente contemplativa ma al tempo stesso incisiva, firmata da uno dei narratori più talentuosi delle ultime decadi. “My Days of 58” prosegue la sua evoluzione con calore e chiarezza, trasformando le sue canzoni in conversazioni con un vecchio amico. È sempre un piacere ritrovarlo, soprattutto in un album così profondo come questo.
RATBOYS “SINGIN’ TO AN EMPTY CHAIR”

Arrivati al sesto album, sfornano il loro lavoro più personale, fin dal concept incentrato sull’esperienza in terapia di Julia Steiner. Un disco che è quanto di meglio possa offrire l’indie rock americano. È un album caloroso, sentito, sperimentale e realizzato in modo splendido.
TWISTED TEENS “BLAME THE CLOWN”

Il secondo album del duo di New Orleans è ricco di psicosi tonali, melodie brillanti, un pedal steel loquace e affermazioni testuali ingegnose e fuori dagli schemi. È raro trovare una band così brava già a questi primi passi.
GORILLAZ “THE MOUNTAIN”

Forse il loro lavoro migliore dai tempi di “Plastic Beach”. Essendo un disco dei Gorillaz è innanzitutto molto divertente, a tratti spiazzante, pieno di featuring (c’è pure Denis Hopper) e stavolta con una declinazione molto indiana e psichedelica. Sia Albarn che il co-creatore dei Gorillaz, l’artista Jamie Hewlett, hanno perso i propri padri nel 2024 e hanno elaborato il loro lutto attraverso due viaggi “magici” in India. Albarn ha sparso le ceneri di suo padre Keith nel fiume Gange, abbracciando quella che ha descritto come la visione più aperta e “positiva della morte” propria di quel Paese.
WAX HEAD “GNAT”

Ed è un disco d’esordio!! La produzione e la strumentazione sono impeccabili, la voce è energica e spontanea, con una varietà di espressioni (grida, ululati, sussurri suggestivi e persino falsetto), il ritmo è veloce e stimolante, la registrazione mantiene un tocco grezzo che aggiunge carattere e grinta, e ci sono tantissime piccole sorprese inaspettate nascoste in ogni brano per mantenere viva la freschezza. Dura meno di mezz’ora e non si capisce mai bene quale sia il genere principale. Punk, immagino? Qualunque cosa sia è una bomba.
GRACE IVES “GIRLFRIEND”

Terzo e miglior disco per l’americana. Le canzoni di Ives traboccano di dettagli – synth glitch, pianoforti turbolenti, archi taglienti e frammenti di EDM – ma non soffocano mai la sua voce spontanea, che trasforma le melodie in brani che restano impressi nella mente.
UNDERSCORES “U”

Musica per centri commerciali, aeroporti, hotel, supermercati composta da un musicista in tournée, sempre in viaggio. April Harper Grey si muove con disinvoltura tra decenni di hyperpop intenso, dubstep, EDM, pop con armonizzatore ispirato a Imogen Heap e esperimenti di laboratorio che combinano chitarra ed elettronica: un vero e proprio tour de force di abilità produttive che ribadisce la sua posizione consolidata come autrice di riferimento per il futuro del suo genere.
BONNIE PRINCE BILLY “WE ARE TOGETHER AGAIN”

Questo album è un po’ più sobrio e meno influenzato dal country e funziona davvero bene con brani come “They Keep Trying To Find You”, che è di gran lunga il pezzo forte dell’opera. Il resto è comunque di ottimo livello con canzoni rafforzate da tendenze comunitarie, che rispondono alle bombe nei luoghi di culto in Iran e alle esecuzioni a Minneapolis non con i pugni serrati in segno di protesta, ma con abbracci.
IMARHAM “ESSAM”

Essam riesce a trovare un equilibrio tra il fascino intramontabile e accattivante del sound del desert blues e un approccio più sperimentale e moderno alla musica e alla produzione, il che, insieme ai suoi contenuti e alla sua ispirazione profondamente emotivi, lo rende uno degli album blues più innovativi e belli degli ultimi tempi.
CANCER HOUSE “THE MOTH”

Ispirandosi allo slowcore e al post-rock degli anni ’90 per creare odi splendidamente malinconiche allo sconforto, il disco d’esordio del quartetto di Chicago è musica malinconica nella sua forma più affascinante. Desolato e tetro sembra incredibilmente attento a mantenere un’atmosfera compatta e misurata.
WENDY EISENBERG “WENDY EISENBERG”

Un piccolo capolavoro. Folk jazzato, diversi rimandi al post rock cantautorale (O’Rourke in primis). Un disco di rarissima eleganza e altissima capacità di scrittura e composizione. Di sicuro un candidato al podio dell’anno. Eisenberg si muove liberamente senza mai perdere il filo, trasformando l’energia irrequieta della sua opera d’avanguardia in qualcosa di splendido.
ANGINE DE POITRINE “VOL. II”

Uno dei casi, se non IL caso dell’anno. Duo canadese che suona un math rock microtonale ricordando un po’ dei Don Caballero che fanno cover dei Primus. La capacità del gruppo è quella di oscillare tra una grandiosità massimalista e una splendida orchestra in miniatura. Magnetico e sinuoso, ma sorprendentemente maneggevole.
JEFF PARKER “HAPPY TODAY”

L’ormai ex Tortoise al suo secondo lavoro con il quartetto ETA, presenta due lunghe composizioni, due esplorazioni di 20 minuti ciascuna, dal ritmo vivo e tranquillo, che rivelano qualcosa in modo discreto. “Happy Today” è il jazz nella sua forma più sperimentale e senza limiti.
ALDOUS HARDING “TRAIN ON THE ISLAND”

Quinto album per le neozelandese ed è un disco splendido. La sua strumentazione minimalista spesso comprende solo due accordi di pianoforte, una linea di basso di tre note, due note di chitarra e un semplice ritmo di batteria ma come somma di questi elementi, l’album genera oceani di significati. La cosa che colpisce di più di queste canzoni non è la loro stranezza, ma quanto siano ben costruite, concise e, a modo loro, incisive.
FLEA “HONORA”

Che il funambolico bassista dei Red Hot Chili Peppers fosse un più che discreto trombettista e grande amante del jazz lo si sapeva bene, quello che non era chiaro e che, quindi, sorprende, erano le sue abilità nel comporre un disco interamente jazz di questo livello e con questo spettro sonoro. Ospiti eccellenti Thomn York e Nick Cave, quest’ultimo in una bellissima versione del capolavoro “Whichita Lineman”.
WINGED WHEEL “DESERT SO GREEN”

Supergruppo comprendente membri di Spray Pants, Tyvek, Matchess e in ultimo il grande Steve Shelley dei Sonic Youth e Lonnie Slack dei Water Damages. La loro psichedelia noise-rock dà l’impressione di ascoltare di nascosto una jam session informale tra amici che suonano insieme da sempre. Il risultato è un album sperimentale e al tempo stesso coeso, un intreccio di krautrock cosmico, cupi synth ambient e inquietanti tocchi d’avanguardia che impediscono a qualsiasi struttura o forma convenzionale di prendere piede.
MY NEW BAND BELIEVE “MY NEW BAND BELIEVE”

Collettivo che ruota attorno all’ex Black Midi Cameron Picton e che produce un pop da camera di altissimo livello. Tanto ambizioso quanto ambiguo. In mani meno esperte potrebbe facilmente crollare sotto il proprio peso. Nelle mani di Picton, invece, è un trionfo. È ammirevolmente libero da vincoli quali la struttura standardizzata delle canzoni, risulta difficile da classificare con precisione ed è ricco di idee musicali fuori dal comune e sfoggia la propria intelligenza con leggerezza il che potrebbe essere la mossa più intelligente di tutte.
BOARDS OF CANADA “INFERNO”

Uno dei lavori più attesi dell’anno, dopo ben 13 anni di pausa. E l’attesa è ripagata da 70 minuti di viaggio mentale e fisico dentro l’universo dei BoC che da una parte rimane immutato ma da un’altra si avvale di novità fondamentali come il largo uso di voci campionate, di chitarre e percussioni “vere”. La sensazione che l’apocalisse sia imminente è in questo album più forte che mai. Inferno segna una svolta rispetto alla consistenza simile al liquido amniotico degli album precedenti, adottando un tocco clinico e incisivo. L’album si colloca nella parte più cupa della discografia della band e la musica qui è scura e bellissima con un’atmosfera inquietante e angosciante.
ANA ROXANNE “POEM 1”

L’artista di New York era nota per i suoi lavori ambient ma con questo meraviglioso lavoro vira verso territori di etereo cantautorato. Le artiste più vicine a Roxanne — Julia Holter, Julianna Barwick, Grouper — utilizzano palette sonore simili: lente e vorticose, di ispirazione classica, di una bellezza struggente. Tutte operano in un punto di incontro tra musica pop, corale e ambient. Ma Roxanne è la più minimalista tra loro. La quantità di silenzio che lascia spazio nelle sue canzoni è quasi scomoda, con pause interminabili. L’album è un suono che si sta spezzando. A noi tocca trattenere il fiato.
ED O’BRIEN “BLUE MORPHO”

Dev’essere frustrante alla lunga stare dentro ad una band come i Radiohead in cui comandano altri due e tu hai del materiale ottimo (e questo disco lo dimostra appieno) che non trova spazio (anche se Street Spirit è sua e scusate se è poco). Già ai tempi di “A moon shaped pool” il quieto Ed aveva manifestato l’intenzione di lasciare il gruppo ma poi, si sa, il tempo passa e le cose cambiano. Questo suo secondo lavoro da solista è una grande prova d’autore e va messa là, dove stanno le grandi uscite riconducibili a casa Radiohead e dintorni.
PAUL MC.CARTNEY “THE BOYS OF DUNGEON LANE”

Cosa vuoi dirgli? A 84 anni produce un disco che il 90% dei cantautori pagherebbe per poter solo immaginare. Un disco sulla sua infanzia a Liverpool, sugli amici di allora (indovinate quali), sulla famiglia, sulla vita povera in bianco e nero. Un disco che riesce ad avere leggerezza e a commuovere in più di un momento. Cosa vuoi dirgli? Grazie, sir Paul.









