Il principale limite del movimento che ruota attorno a Vannacci sta nel modo in cui tratta la dignità umana come una merce condizionale, distribuita secondo criteri di “normalità” piuttosto che riconosciuta come dato universale. Quando si stabilisce, anche solo retoricamente, una soglia oltre la quale persone LGBTQ+, disabili o stranieri diventano eccezioni da tollerare invece che cittadini da includere, si costruisce una gerarchia morale che precede ogni discorso politico concreto. È un’architettura del pensiero binaria — noi e loro, normali e anormali — che funziona bene per mobilitare consenso ma che, eticamente, finisce per disumanizzare l’avversario anziché confrontarsi con le sue ragioni. Sul piano storico, colpisce la leggerezza con cui si evoca una “civiltà europea” come patrimonio da difendere, selezionando con cura cosa ricordare e cosa rimuovere. Si celebrano le glorie — l’arte, il pensiero, la tradizione — ma si scivola via dalle responsabilità: il colonialismo, la schiavitù, le persecuzioni di stato, il fascismo stesso. Manca quel lavoro di discontinuità critica che altre forze conservatrici europee hanno comunque dovuto affrontare, un esame di coscienza che permetta di distinguere l’eredità culturale da rivendicare dalle ideologie da condannare senza appello. Senza questo lavoro, certe posizioni finiscono per sovrapporsi, magari involontariamente, a tradizioni post-fasciste mai davvero metabolizzate. C’è poi un’idea di libertà che, a ben guardare, è più un privilegio travestito da principio universale: la libertà che viene difesa è quella della maggioranza dominante, mentre lo spazio vitale delle minoranze si restringe proporzionalmente. È un’etica asimmetrica, che parla il linguaggio dei diritti per tutti ma li distribuisce in modo ineguale. A questo si affianca uno scetticismo selettivo verso il sapere scientifico — sul gender, sui diritti riproduttivi, sui vaccini, talvolta sul clima — dove il consenso degli esperti viene scartato non per nuove evidenze ma per comodità ideologica. Infine, il retroterra militare di Vannacci viene presentato come una virtù civica quasi assoluta, senza la distinzione, che pure sarebbe necessaria, tra l’uso legittimo della forza e i suoi abusi storici. E sotto tutto questo scorre un metodo demagogico: la riduzione sistematica di problemi complessi — immigrazione, sicurezza, identità nazionale — a slogan che alimentano la paura invece di favorire la comprensione. Il filo che tiene insieme tutti questi limiti è lo stesso: trattare l’identità culturale maggioritaria come un valore assoluto da proteggere, anziché come una delle tante identità che meritano rispetto, costruendo così una politica fondata sull’esclusione e sulla nostalgia piuttosto che sui diritti e sul futuro.

A chi si riconosce in queste idee, e magari ha letto fin qui pensando “ecco il solito intellettuale che guarda dall’alto in basso chi non la pensa come lui”, vorrei dire una cosa semplice: il problema non è la vostra rabbia, che spesso è comprensibile e nasce da frustrazioni reali — un paese che sembra non funzionare, servizi che si sgretolano, una sensazione diffusa di essere ignorati da chi decide. Il problema è che le risposte che vi vengono offerte non solo sono pericolose, ma semplicemente non funzionano, e prima o poi ve ne accorgerete sulla vostra pelle. Pericolose, prima di tutto, perché ogni volta che una società comincia a dividere i propri membri in categorie di “normalità” e “anormalità”, quella linea non resta mai ferma. Oggi può sembrare che riguardi altri — persone che non conoscete, categorie astratte — ma le linee di esclusione, nella storia, si sono sempre spostate. Chi oggi applaude perché finalmente “qualcuno dice le cose come stanno” sui diritti delle minoranze, domani potrebbe trovarsi dall’altra parte di un confine tracciato da qualcun altro, magari per motivi economici, regionali, religiosi. Le società che hanno costruito la propria identità sull’esclusione di una minoranza raramente si sono fermate lì: il meccanismo, una volta legittimato, tende a espandersi. Non è un’ipotesi astratta, è quello che la storia europea del Novecento ha mostrato più volte, e non per caso chi propone certe retoriche oggi si guarda bene dal fare i conti fino in fondo con quel passato. Impraticabili, poi, perché i problemi che vi vengono indicati come urgenti — l’immigrazione, la sicurezza, il declino demografico, la crisi dei valori — non si risolvono con gli strumenti che vi vengono proposti. Un paese che invecchia e si spopola non risolve la propria crisi demografica demonizzando chi vorrebbe venire a viverci e lavorarci; semmai aggrava il problema, perché allontana proprio quella forza lavoro di cui welfare e pensioni avranno sempre più bisogno. Un paese che vuole sicurezza non la ottiene riducendo la complessità del fenomeno migratorio a uno scontro di civiltà, perché la sicurezza nasce da integrazione, lavoro, scuole funzionanti — cose che richiedono investimenti e politiche pazienti, non slogan. E un’identità culturale che si sente minacciata non si rafforza chiudendosi, ma confrontandosi: le culture che si sono irrigidite per paura della contaminazione, nella storia, sono quelle che si sono impoverite più in fretta, non quelle che sono sopravvissute meglio. C’è poi un livello più personale, che vale la pena di considerare. Il consenso costruito sulla paura e sulla nostalgia di un’epoca idealizzata — un’Italia “com’era prima”, più semplice, più ordinata, più “nostra” — è un consenso che non promette nulla per il futuro, perché si basa su un passato che, a guardarlo bene, non è mai esistito nella forma in cui viene raccontato. Chi vi chiede di guardare indietro con rabbia, raramente vi offre qualcosa di concreto da costruire in avanti. E quando arriverà il momento delle scelte di governo reali — bilanci, riforme, alleanze internazionali — vedrete che molte di queste posizioni si scontreranno con vincoli che la realtà impone a chiunque governi, a prescindere dalle bandiere. A quel punto, la domanda da porsi non sarà più “chi ha ragione”, ma “che cosa è rimasto, di concreto, per le persone che hanno creduto in queste promesse”. E temo che la risposta, alla fine, sarà: poco, e nel frattempo qualcun altro avrà pagato il prezzo di un clima più diviso e più ostile.

POST SCRIPTUM: Il famigerato progetto di remigrazione (fiore all’occhiello della “politica” del generale) semplicemente non funziona, ma i vannacciani mica lo sanno. Ecco due conti della serva a prova di scemo. Partiamo dagli irregolari. Il loro numero complessivo in Italia è di circa 600.000. La proposta prevede genericamente il loro rimpatrio, tuttavia solo 90.000, cioè il 15%, è effettivamente rimpatriabile. Metà di questa platea proviene infatti da paesi in guerra, non sicuri, instabili o nei quali si rischia la morte, la tortura o l’oppressione per motivi politici, religiosi o sessuali. Queste persone non possono dunque essere espulse per vincoli costituzionali e in virtù delle convenzioni internazionali cui il nostro paese aderisce. A questi si aggiungono altri 200-210.000 migranti che dichiarano di provenire da nazioni con le quali non ci sono accordi specifici per il rimpatrio o che non sono identificabili. Anche per loro il rientro è di fatto impossibile. Nessuno di loro secondo l’idea di Vannacci può comunque essere accolto. La proposta prevede infatti anche la cancellazione della protezione speciale e vieta esplicitamente ogni possibilità di regolarizzazione. Avremmo quindi oltre 500.000 persone che non potrebbero essere né accolte né espulse, ma sarebbero costrette a rimanere in un limbo, invisibili per sempre, alimentando così lavoro nero, delinquenza comune e crimine organizzato, alla faccia dell’ordine e della sicurezza che la legge dovrebbe promuovere. C’è poi una fascia di circa 150.000 migranti che hanno presentato una richiesta di protezione internazionale e che sono in attesa di risposta. La proposta include anche loro nell’elenco di coloro che possono aderire volontariamente al rimpatrio. Il punto è che tra le precondizioni per richiedere l’asilo c’è quella di trovarsi in condizioni di pericolo o di non poter esercitare liberamente le proprie libertà nel proprio paese d’origine. Perché qualcuno che è fuggito da un luogo in cui rischia di morire dovrebbe tornarci? Anche in questo caso la risposta è a dir poco controversa. La proposta prevede infatti l’azzeramento di ogni forma di tutela per i richiedenti asilo, i quali potrebbero essere alla fine costretti ad accettare soldi e rientrare nelle nazioni di provenienza dove rischiano la vita o l’arresto, piuttosto che vivere di stenti in attesa di una risposta che di solito arriva dopo anni. Infine i regolari. Il totale dei migranti in regola è di circa 3,6 milioni. Si tratta di persone che svolgono normalmente lavori molto duri e che gli italiani non vogliono svolgere. Sono stranieri la gran parte dei lavoratori agricoli, un quarto di chi sta nei cantieri edili, quasi tutte le colf e le badanti, tantissimi operai che lavorano nelle fabbriche. La loro età media è di 36 anni, rispetto ai 47 dei cittadini italiani. I promotori della legge confidano di convincere una quota intorno al 9% in un triennio a tornare al proprio paese di origine. Parliamo di 300.000 persone alle quali si dovrà corrispondere una cifra adeguata (che la legge non quantifica, ma che dovrà essere abbastanza alta da risultare appetibile). La prima conseguenza sarà che interi settori rischiano di fermarsi, a partire dall’agricoltura, che per assurdo è quello che sta più a cuore ai sovranisti. Ma c’è anche un problema previdenziale da considerare. I migranti versano oltre il 10% del totale dei contributi che incassano gli enti previdenziali e riprendono a malapena lo 0,5% in termini di prestazioni. Oltre 640.000 pensioni oggi si pagano grazie ai contribuenti provenienti da altri paesi. Se i promotori raggiungessero il loro obiettivo di 300.000 regolari remigrati, alle casse dell’INPS verrebbero a mancare circa 1,5 miliardi all’anno, visto che si tratta, come si diceva, di lavoratori non immediatamente rimpiazzabili da altrettanti italiani. La conseguenza diretta sarebbe che non solo il generalissimo si aggiungerebbe alla lunga lista dei populisti alla amatriciana che hanno fallito nel proporre l’abolizione della legge Fornero sull’età pensionabile, ma riuscirebbe ad inasprirne i meccanismi, costringendo centinaia di migliaia di lavoratori a rimanere diversi mesi in più al lavoro per ciascun blocco di lavoratori rimpatriati, dal momento che verrebbero meno i contributi che permettono di pagare quelle pensioni. Per fare questi calcoli non servono eccelse doti matematiche, eppure sempre più italiani sembrano attratti da slogan tanto efficaci quanto lontani dalla realtà, che si appellano agli istinti peggiori di ciascuno (egoismo, cinismo, paura, diffidenza), per evitare che si ragioni sulle reali conseguenze delle proposte che si fanno.









