Da tre mesi lo Stretto di Hormuz è chiuso e il mondo dell’energia è in bilico. I mercati hanno già festeggiato una risoluzione che non è ancora avvenuta. Sotto la superficie, i dati reali dell’economia americana raccontano una storia diversa e la distanza tra le due cose è diventata il vero problema da capire.
FATTI CHIAVE
Per tre mesi il traffico nello Stretto di Hormuz è sceso sotto il dieci percento dei livelli normali. Per capire cosa significa concretamente: quel canale largo meno di trenta chilometri nel punto più stretto è il passaggio attraverso cui scorre circa il venti percento del petrolio mondiale: tredici milioni di barili al giorno su un consumo globale di centoventicinque milioni. Quando si chiude, non è un problema astratto di geopolitica: è un aumento dei costi energetici che si trasmette a cascata su trasporti, produzione industriale, riscaldamento, prezzi al supermercato. Le uniche navi che hanno continuato a transitare regolarmente erano quasi esclusivamente cinesi, con accordi separati. Il resto del mondo guardava dall’esterno e pagava.
A fine maggio si è diffusa la notizia di trattative avanzate tra Stati Uniti e Iran per una possibile tregua. Nessun accordo firmato, nessuna intesa ratificata, ma il mercato non ha aspettato i dettagli. Wall Street ha toccato nuovi massimi storici, il petrolio è sceso, le borse asiatiche hanno festeggiato con rialzi tra il due e il tre percento in una sola seduta. Il problema è che le questioni più difficili restano aperte. L’Iran ha accumulato negli anni 441 chilogrammi di uranio arricchito al sessanta percento e dal sessanta al novanta percento, la soglia necessaria per un’arma nucleare, bastano poche settimane con le centrifughe operative. Quella quantità, verificata internazionalmente, non ha ancora una destinazione concordata.
Nel frattempo, mentre le sensazioni dei mercati viravano verso l’ottimismo, uscivano i dati reali dell’economia americana. La Federal Riserve usa come bussola un indicatore, il PCE, per misurare l’inflazione che è salita ad aprile al 3,8% annuo, il livello più alto degli ultimi tre anni, ben al di sopra di un obiettivo dichiarato del due percento che non viene centrato da oltre cinque anni. Il reddito disponibile reale delle famiglie americane, cioè quello che rimane effettivamente in tasca dopo aver sottratto l’inflazione, è sceso dello zero virgola cinque percento in un solo mese. Gli statunitensi risparmiano sempre meno (e non sono mai stati grandi risparmiatori), il valore ha raggiunto il minimo degli ultimi quattro anni: i consumi tengono, ma tengono perché le famiglie stanno erodendo il cuscinetto accumulato durante la pandemia, non perché guadagnano di più. È la differenza tra spendere lo stipendio e spendere il fondo di emergenza.
LA CONNESSIONE NASCOSTA
C’è qualcosa che emerge dall’insieme di questa settimana e che pochi nominano apertamente.
Da un lato c’è la trattativa con l’Iran, non ancora un accordo, ma già scontata come tale dai mercati. Dall’altro c’è il boom dell’intelligenza artificiale, con Nvidia che registra margini di profitto del 71% (ogni 100 dollari di fatturato 71 sono di profitto) e le borse che segnano ventidue nuovi massimi storici in cinque mesi.
Due storie apparentemente separate, ma se le guardiamo insieme, fanno la stessa cosa: sopprimono l’ansia.
Pensare che la soluzione geopolitica sia sempre dietro l’angolo riduce il rischio percepito: il problema si sta risolvendo quindi perché preoccuparsi del fatto che stiamo utilizzando le scorte strategiche per far volare la gente in vacanza? Un po’ il parallelo dei consumi: stai utilizzando il fondo di emergenza, ma intanto continua a consumare.
Quindi i prezzi delle azioni salgono non perché i bilanci delle aziende migliorano, ma perché una fonte di paura si allontana. Il boom dell’intelligenza artificiale alimenta un’aspettativa di crescita futura così potente da rendere tollerabile un presente difficile, da far sembrare irrilevanti i dati di oggi. In entrambi i casi il mercato sta comprando una promessa, non un flusso di cassa verificabile.
Quindi la promessa di pace e la promessa di prosperità futura grazie all’AI coincidono nello stesso momento: il mercato sta scommettendo sulla realizzazione dello scenario migliore…
Quando una narrativa ottimista viene sostenuta da un’altra narrativa ottimista, l’effetto sul mercato è moltiplicativo, non additivo: la distanza tra quello che il mercato sconta e quello che i dati mostrano diventa più grande, non più piccola.
E le due narrazioni sono anche collegate tra loro in modo meno ovvio: la domanda di infrastruttura per l’intelligenza artificiale (data center, chip, energia) è una delle componenti che sta tenendo alta l’inflazione americana proprio mentre si spera che scenda. In pratica si sta vendendo inflazione nella speranza (ancora la speranza) che l’AI sia disinflazionistica, ovvero renda il costo dei fattori di produzione così basso da ridurre il prezzo per il consumatore.
Il problema è che l’AI nel breve termine non è capace di abbassare i prezzi, anzi, alza i costi di energie e dintorni.
Ottimismo per ottimismo porta all’euforia e nulla è peggiore dell’euforia irrazionale, ma non ci siamo ancora arrivati…
COSA CAMBIA PER GLI ITALIANI?
Per chi guarda dall’Italia, c’è un numero concreto da tenere d’occhio in questo contesto: lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, il BTP-Bund, è intorno a settanta punti base: significa che l’Italia per convincere a farsi prestare denaro deve pagare lo 0,7% in più all’anno rispetto a quello che propone la Germania. Un livello di relativa stabilità che negli ultimi anni non era affatto scontato: nel 2011 aveva superato i cinquecento, e chi aveva un mutuo a tasso variabile o un debito da rifinanziare in quegli anni sa bene quanto costò ogni singolo punto in più.
Quella stabilità oggi dipende in parte dai tassi sostanzialmente fermi dopo l’infiammata del 2022. Se l’inflazione americana e quella europea non scendono, e con il petrolio ancora alto non è ovvio che scenda, la pressione sui rendimenti globali rimane: il mercato sconta un’inflazione più alta e chiede rendimenti più alti agli stati che sono già piuttosto indebitati. Ogni punto percentuale in più sui titoli italiani è denaro che esce dal bilancio pubblico e che qualcuno, prima o poi, deve trovare da qualche parte. I 1600 miliardi di euro che le famiglie italiane tengono parcheggiati su conti correnti e depositi (il trentadue percento degli asset finanziari totali, contro il ventiquattro della media europea) sono allo stesso tempo un problema e una risorsa potenziale: vengono erosi dall’inflazione nel presente, ma potrebbero diventare il carburante di una crescita diversa se trovassero strumenti adeguati per muoversi. L’Europa lo sa e ne sta discutendo. L’Italia ne discute da vent’anni.










