Sgomberiamo il campo dai malintesi: non si tratta assolutamente di gridare alla guerra santa, né di agitare spettri per raccattare voti nei quartieri periferici. Non è questione di isteria populista, né di quella forma di viltà intellettuale che, sotto il nome di dialogo e accoglienza, nasconde il disprezzo per la propria civiltà. Qui il problema è più grave, più profondo, più strutturale: l’Islam, nella sua essenza teologica e storica, si presenta come un sistema totale che non conosce distinzione tra fede e potere, tra moschea e città, tra volontà di Allah e ordinamento umano. E l’Occidente, proprio nel momento in cui se lo trova dentro le proprie case, sembra aver perduto la capacità di nominarlo per quello che è. Joseph Ratzinger, da cardinale e da Papa, lo aveva capito perfettamente. Nel celebre discorso di Ratisbona ricordò, citando l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, che Maometto aveva portato di nuovo «cose soltanto malvagie e inumane», come il comando di diffondere la fede con la spada. Era l’osservazione di una differenza irriducibile. Il Dio cristiano è Logos, ragionevolezza eterna che si comunica alla creatura razionale; invita alla persuasione, alla libertà interiore, al primato della verità che si impone da sé senza coercizione. Il Dio dell’Islam è volontà assoluta, trascendente fino all’arbitrio, davanti alla quale la ragione umana deve inchinarsi senza pretendere di scrutarne le vie. Da qui discende la possibilità teorica, mai davvero sradicata, che la violenza sia non un abuso, ma un atto di obbedienza.

Non tutti i musulmani sono terroristi, è ovvio. Ridicolo e meschino solo il pensarlo. Ma il terrorismo islamista non è una deviazione patologica da un Islam “vero” che sarebbe pacifico e compatibile con la modernità liberale. È, troppo spesso, la radicalizzazione coerente di testi e tradizioni che non sono mai stati sottoposti a quella purificazione critica che il cristianesimo ha conosciuto attraverso i secoli: dalla scolastica alla Riforma, dall’Illuminismo alla secolarizzazione dolorosa ma feconda. Il Corano non è solo libro di preghiera; è anche codice legislativo e costituzione divina. La sharia non è spiritualità privata: è pretesa di ordinare integralmente la società, dalla famiglia al mercato, dal diritto penale alla condotta sessuale. Dove l’Islam diventa maggioranza o minoranza forte e organizzata, tende a riprodurre questa totalità. Lo vediamo nei quartieri paralleli delle grandi città europee, nelle corti informali di sharia, nella pressione crescente contro la blasfemia (Charlie Hebdo non è un incidente, è un sintomo), nella condizione subordinata della donna, nella difficoltà reale di apostasia senza rischio di morte sociale o fisica. I terroristi islamici sono militanti che seguono, a loro modo, una logica coranica di sottomissione e di espansione. Non è razzismo dirlo; è realismo. Negarlo significa mentire alla propria intelligenza per non turbare il sonno dogmatico del multiculturalismo.

Quelle che però ci vengono proposte come risposte sembrano pericolosamente sbagliate e votate a peggiorare la situazione. La destra nazionalista e populista ha spesso ragione nel denunciare il pericolo demografico, l’incompatibilità culturale, l’arroganza di chi arriva pretendendo di imporre la propria legge mentre beneficia della nostra. Ma sbaglia in maniera misera e gretta quando riduce tutto a identità etnica, a chiusura tribale, a difesa di un “popolo” inteso in senso pagano o meramente biologico. Così facendo, rinuncia proprio a ciò che rende l’Occidente degno di essere difeso: non il sangue, ma la ragione, il diritto naturale, la dignità della persona creata a immagine di Dio, la distinzione tra Cesare e Dio che ha reso possibile la libertà moderna. Un nazionalismo che dimentica le radici giudaico-cristiane e greco-romane dell’Europa finisce per combattere l’Islam con le stesse armi spirituali dell’avversario: particolarismo, volontà di potenza senza trascendenza razionale. D’altronde per il livello culturale della destra nazionalista è quasi impossibile comprendere questi ragionamenti. La sinistra buonista, invece, commette un errore ancora più radicale: nega la realtà per fedeltà a un’ideologia relativista che ha già svuotato l’Occidente dall’interno. Per essa, ogni differenza è arricchimento, ogni critica all’Islam è islamofobia, ogni richiamo ai principi non negoziabili della nostra civiltà è colonialismo. Non capisce – o non vuole capire – che il relativismo etico e il nichilismo post-cristiano rendono l’Europa un corpo senza anticorpi. Un continente che non crede più in nulla di assoluto non può resistere a chi crede in tutto, fanaticamente. L’Islam avanza proprio dove il cristianesimo si è ritirato in forma privata o si è corrotto in progressismo sentimentale. Come notava Ratzinger, l’Islam “sicuro di sé” esercita una fascinazione maggiore sui popoli del Terzo Mondo rispetto a un cristianesimo in decadenza interiore. E in Europa, il vuoto spirituale lasciato dal secolarismo aggressivo viene riempito non dal “dialogo”, ma dalla demografia e dalla determinazione dei fedeli di Allah. Entrambe le posizioni – quella sovranista riduzionista e quella multiculturalista suicida – evitano il cuore della questione: l’Occidente è sempre più contro se stesso. Ha rinunciato alla propria matrice razionale e cristiana, ha sostituito la ricerca della verità con il culto dei diritti soggettivi illimitati, ha trasformato la tolleranza in indifferenza nichilista e la libertà in licenza. In questo vuoto, l’Islam non è un semplice “altro” con cui convivere; è un contendente che porta una visione compiuta del mondo e dell’uomo. Non ha bisogno di integrarsi: può attendere, riprodursi, conquistare spazi pubblici e mentali, perché la sua antropologia non è liberale. Servono unità intellettuale e consapevolezza. Ciò che occorre non è uno scontro di civiltà condotto con gli strumenti del populismo o del politicamente corretto, ma un risveglio della ragione occidentale nella sua forma più alta: quella che unisce fede e logos, come nella migliore tradizione cattolica. Serve riconoscere che l’Islam, nella sua ortodossia classica, non accetta la distinzione tra spirituale e temporale che ha permesso all’Europa di sviluppare lo Stato di diritto, la libertà religiosa autentica (non solo come diritto a non essere disturbati, ma come diritto alla verità), la dignità inviolabile della persona singola. Non si tratta di seguire le folli tesi di AFD o di Vannacci per cui si devono espellere tutti i musulmani, e nemmeno di fingere che il problema sia solo l’“estremismo”. Si tratta di avere il coraggio di dire che una civiltà fondata sulla sottomissione volontaria a una legge divina totale non può coesistere pacificamente, su base di parità, con una civiltà che ha posto al centro la libertà della coscienza e la razionalità critica. L’integrazione vera richiede conversione culturale profonda, non solo formale adesione alle leggi. E questa conversione è rara, perché tocca il nucleo teologico. L’Occidente sopravviverà solo se ritroverà se stesso: non nella forma svuotata del liberalismo relativista, né nella caricatura etnica del nazionalismo, ma nella consapevolezza delle proprie radici. Radici che sono cristiane, perché solo il cristianesimo ha saputo tenere insieme ragione e rivelazione senza dissolverle l’una nell’altra. Solo recuperando questa sintesi sarà possibile resistere senza barbarie e dialogare senza illusioni. L’Islam, dunque, è oggi il problema dei problemi perché ci costringe ad affrontare il senso di difesa della ragione e della libertà che nascono dal Vangelo. Difesa che passa prima di tutto dal riconoscimento che l’Europa, oggi, è la principale nemica di se stessa. Se non guarirà questa ferita interiore, ogni misura di polizia o di confine sarà soltanto un palliativo. La battaglia decisiva è spirituale e intellettuale. E va combattuta con la verità, non con le menzogne della paura o del buonismo.









