L’AI vive nella rete elettrica, non nel cloud

Il ciclo dell’intelligenza artificiale ha cambiato natura: non è più una storia di software e algoritmi, ma di chip, cavi, trasformatori e centrali elettriche. Mentre i mercati finanziari registrano movimenti senza precedenti nel settore dei semiconduttori, il petrolio sale del 60% dall’inizio dell’anno. Le due cose sono connesse in modo sottile e quasi nessuno lo dice esplicitamente.

FATTI CHIAVE

Il settore tecnologico americano ha registrato, nelle ultime settimane, la sovraperformance più ampia rispetto al mercato generale mai documentata, superiore persino al picco della bolla del 1999-2000. Per intenderci quel periodo storico in cui una azienda semisconosciuta come Tiscali arrivò a capitalizzare in borsa più di FIAT, la FIAT che era ancora degli Agnelli e faceva lavorare gli italiani. 

Un indice che segue le trenta maggiori aziende di semiconduttori al mondo ha guadagnato oltre l’80% da gennaio, aggiungendo circa 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in due soli mesi. Non è un numero da giornale finanziario: cinquemila miliardi equivale a due volte e mezza il PIL italiano, accumulati in sessanta giorni.

Il petrolio grezzo è salito del 60% dall’inizio del 2026, trainato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, il corridoio di mare attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Il gas naturale ad Amsterdam, che misura il prezzo di riferimento europeo, costa il 45% in più rispetto a un anno fa. L’elettricità in Italia è salita del 14% nello stesso periodo.

Parallelamente, la Commissione Europea ha concesso all’Italia e a tutti i paesi membri la possibilità di spendere lo 0,3% del PIL annuo in deficit aggiuntivo, vincolato però a investimenti in rinnovabili ed elettrificazione. Non per tagliare le accise, non per sussidiare i fossili. Esattamente per costruire la rete elettrica che serve per ridurre la dipendenza dai fossili. L’Italia, invece, nel corso degli ultimi mesi ha ridotto da 2,2 miliardi a meno di 800 milioni i fondi del piano di ripresa europeo destinati alle comunità energetiche rinnovabili, nonostante le domande presentate superassero il miliardo e quattrocento milioni.

LA CONNESSIONE NASCOSTA

Proviamo a mettere in fila due notizie che sembrano non avere nulla in comune.

Da un lato, i mercati finanziari entrano in quella che alcuni analisti già chiamano la “fase di mania” dei semiconduttori: movimenti di prezzo storici, valutazioni da capogiro, un entusiasmo che ricorda le ultime fasi dei grandi cicli speculativi. Dall’altro, il petrolio sale del 60% e si discute di accise, bollette, crisi geopolitica, stretto di Hormuz.

Cosa c’entrano i chip con il greggio?

Tutto. Un grande modello di intelligenza artificiale, il tipo di sistema che risponde alle vostre domande, scrive testi, analizza dati, consuma più elettricità in un anno di quanto ne consumi un’intera cittadina di media grandezza. Ogni chip che viene prodotto e installato in un data center è un nuovo consumatore di energia elettrica, continuo, crescente, inarrestabile. Si dice che l’AI vive nel cloud, forse è l’espressione più usata, e più fuorviante, degli ultimi anni. Essa vive nelle centrali elettriche.

Ed ecco il nodo che nessuno esplicita: stiamo costruendo con frenesia l’infrastruttura digitale del futuro, chip, server, data center, mentre la rete elettrica che deve alimentarla dipende ancora, in larga parte, da combustibili fossili. Le aziende che producono semiconduttori valgono 5.000 miliardi di dollari in più rispetto a due mesi fa. Le aziende elettriche americane hanno annunciato investimenti per trecentomila miliardi nel solo 2026, ma l’energia che alimenterà tutto questo passa ancora, in buona parte, per pozzi petroliferi e gasdotti.

È un po’ come ristrutturare a tempo di record il motore di una macchina mentre il serbatoio ha un foro che non sai ancora quanto sia grande.

COSA CAMBIA PER GLI ITALIANI

L’Italia dipende per l’80% dei propri consumi energetici da combustibili fossili. La Francia produce oltre la metà della sua elettricità dal nucleare. La Spagna un quarto. La Germania ha almeno il carbone e le rinnovabili come valvole di sfogo.

Noi paghiamo ogni crisi geopolitica in bolletta con una penale strutturale che gli altri non hanno.

Il referendum del 1987 ha bloccato il nucleare italiano per quasi quarant’anni. La Camera ha approvato quest’anno una legge sui reattori di nuova generazione, quelli modulari di piccola taglia, ma la prima centrale non arriverà prima del 2034. Nel frattempo, ogni scenario in cui il petrolio sale (e con la crisi di Hormuz, l’Iran che blocca le esportazioni, i droni che sorvolano il Mar Rosso, di scenari così ce ne sono parecchi) diventa un prelievo diretto sulla vita quotidiana degli italiani: la benzina al distributore, la bolletta dell’elettricità, il riscaldamento, i prezzi al supermercato per tutto ciò che si produce e si trasporta.

L’ironia della situazione è che l’Europa ci ha appena offerto una finestra: spendi di più in deficit, ma costruisci rinnovabili. Noi abbiamo tagliato i fondi alle comunità energetiche. Qualcuno potrebbe chiedersi se non stiamo perdendo l’autobus proprio mentre annunciamo di aver finalmente imparato a guidare.

Luglio 2026

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