C’erano una volta corpi nudi sotto il sole che non sembravano manifesti pubblicitari ambulanti. C’erano spiagge dove lo sguardo scorreva su epidermidi lisce, interrotte solo da nei, cicatrici vere, abbronzature disuguali, segni di una vita non scritta a priori. Oggi invece l’estate è un congresso di tribù metropolitane tutte uguali nella loro pretesa di unicità: schiene trasformate in arazzi cinesi da outlet, caviglie con scritte in grafia da analfabeta funzionale, braccia che sembrano aver perso una scommessa con un tipografo ubriaco. La moda del tatuaggio di massa non è un dettaglio estetico. È un fatto antropologico, e come tutti i fatti antropologici veri parla di noi molto più di quanto vorremmo. Parla di un corpo che non si accetta più come dato, ma deve essere continuamente riscritto, corretto, “personalizzato”. Come se la natura avesse consegnato un prototipo grezzo e noi, armati di buona volontà consumistica, dovessimo migliorarlo con l’inchiostro. Pier Paolo Pasolini, nel 1975, scrisse quel testo folgorante sulla scomparsa delle lucciole. Non era solo una nostalgia entomologica. Le lucciole erano il segnale visibile di un mondo contadino, pre-industriale, ancora capace di meraviglia e di buio. La loro sparizione coincideva con l’avvento di una luce elettrica diffusa, omogenea, che cancellava le differenze tra notte e giorno, tra città e campagna, tra sacro e profano. Un mutamento irreversibile del paesaggio e dell’anima. Ecco, i tatuaggi sono le lucciole rovesciate. Non spariscono: proliferano. Sono la nuova luce artificiale che invade il corpo invece che il paesaggio. Dove prima c’era la pelle – quell’involucro misterioso, sensuale proprio perché imperfetto e finito – oggi c’è un palinsesto caotico su cui ciascuno scarabocchia la propria misera narrazione interiore. Il drago, la data di nascita della figlia, la frase di Nietzsche letta su Instagram, il simbolo runico copiato dal primo sito esoterico. Tutto mescolato, tutto urlato, tutto ridotto allo stesso livello di rumore visivo. Sociologicamente è un fenomeno di una chiarezza brutale. La generazione che più si è sentita dire “sei unico”, “esprimi te stesso”, “non seguire il gregge” ha finito per uniformarsi nel modo più plateale possibile: marchiandosi come bestiame. Il tatuaggio, un tempo segno di marginalità (marinaio, carcerato, teppista), è diventato il nuovo conformismo piccolo-borghese. Lo sfoggia la commessa di Zara come la figlia del notaio, l’influencer anoressica come il personal trainer gonfio di steroidi. Tutti ribelli, tutti uguali. Filosoficamente è una dichiarazione di guerra al limite. Il corpo umano ha confini precisi: nasce, invecchia, muore. Il tatuaggio è un tentativo patetico di eternizzare l’attimo, di fissare su carne destinata a cedere un’immagine di sé che si vorrebbe definitiva. È la versione low-cost dell’immortalità. Invece di accettare la pelle come membrana tra sé e mondo, la si tratta come un muro da tappezzare. Risultato: corpi che a quarant’anni sembrano già sfogliati, con colori sbiaditi, linee deformate, scritte che seguono le grinze come titoli di coda su una pellicola rovinata. Politicamente, poi, è la vittoria postuma del peggior individualismo consumistico spacciato per liberazione. La sinistra culturale che per decenni ha predicato la decostruzione di ogni identità naturale ha prodotto creature che, non sapendo più chi sono, si scrivono addosso chi vorrebbero essere. La destra, dal canto suo, quando non è semplicemente ipocrita, finge di non vedere che anche i suoi elettori più giovani si stanno tatuando maniche intere con aquile, leoni e frasi latine mal tradotte. Tutti perdenti. C’erano una volta estati in cui la ragazza più desiderata era quella con la schiena intatta e le spalle che brillavano solo di crema solare. Oggi devi cercare a lungo, tra infradito e parei, per trovare un corpo che non sembri reduce da una sessione di body art collettiva. Le lucciole sono sparite. E al loro posto, sotto i neon dei lidi romagnoli come sotto i riflettori di Ibiza, brillano solo inchiostri da quattro soldi che raccontano la stessa, tristissima storia: abbiamo avuto paura di restare nudi.
C’ERANO UNA VOLTA LE ESTATI SENZA TATUAGGI
C’erano una volta corpi nudi sotto il sole che non sembravano manifesti pubblicitari ambulanti. C’erano spiagge dove lo sguardo scorreva su epidermidi lisce, interrotte solo da nei, cicatrici vere, abbronzature disuguali, segni di una vita non scritta a priori. Oggi invece l’estate è un congresso di tribù metropolitane tutte uguali nella loro pretesa di unicità: schiene trasformate in arazzi cinesi da outlet, caviglie con scritte in grafia da analfabeta funzionale, braccia che sembrano aver perso una scommessa con un tipografo ubriaco. La moda del tatuaggio di massa non è un dettaglio estetico. È un fatto antropologico, e come tutti i fatti antropologici veri parla di noi molto più di quanto vorremmo. Parla di un corpo che non si accetta più come dato, ma deve essere continuamente riscritto, corretto, “personalizzato”. Come se la natura avesse consegnato un prototipo grezzo e noi, armati di buona volontà consumistica, dovessimo migliorarlo con l’inchiostro. Pier Paolo Pasolini, nel 1975, scrisse quel testo folgorante sulla scomparsa delle lucciole. Non era solo una nostalgia entomologica. Le lucciole erano il segnale visibile di un mondo contadino, pre-industriale, ancora capace di meraviglia e di buio. La loro sparizione coincideva con l’avvento di una luce elettrica diffusa, omogenea, che cancellava le differenze tra notte e giorno, tra città e campagna, tra sacro e profano. Un mutamento irreversibile del paesaggio e dell’anima. Ecco, i tatuaggi sono le lucciole rovesciate. Non spariscono: proliferano. Sono la nuova luce artificiale che invade il corpo invece che il paesaggio. Dove prima c’era la pelle – quell’involucro misterioso, sensuale proprio perché imperfetto e finito – oggi c’è un palinsesto caotico su cui ciascuno scarabocchia la propria misera narrazione interiore. Il drago, la data di nascita della figlia, la frase di Nietzsche letta su Instagram, il simbolo runico copiato dal primo sito esoterico. Tutto mescolato, tutto urlato, tutto ridotto allo stesso livello di rumore visivo. Sociologicamente è un fenomeno di una chiarezza brutale. La generazione che più si è sentita dire “sei unico”, “esprimi te stesso”, “non seguire il gregge” ha finito per uniformarsi nel modo più plateale possibile: marchiandosi come bestiame. Il tatuaggio, un tempo segno di marginalità (marinaio, carcerato, teppista), è diventato il nuovo conformismo piccolo-borghese. Lo sfoggia la commessa di Zara come la figlia del notaio, l’influencer anoressica come il personal trainer gonfio di steroidi. Tutti ribelli, tutti uguali. Filosoficamente è una dichiarazione di guerra al limite. Il corpo umano ha confini precisi: nasce, invecchia, muore. Il tatuaggio è un tentativo patetico di eternizzare l’attimo, di fissare su carne destinata a cedere un’immagine di sé che si vorrebbe definitiva. È la versione low-cost dell’immortalità. Invece di accettare la pelle come membrana tra sé e mondo, la si tratta come un muro da tappezzare. Risultato: corpi che a quarant’anni sembrano già sfogliati, con colori sbiaditi, linee deformate, scritte che seguono le grinze come titoli di coda su una pellicola rovinata. Politicamente, poi, è la vittoria postuma del peggior individualismo consumistico spacciato per liberazione. La sinistra culturale che per decenni ha predicato la decostruzione di ogni identità naturale ha prodotto creature che, non sapendo più chi sono, si scrivono addosso chi vorrebbero essere. La destra, dal canto suo, quando non è semplicemente ipocrita, finge di non vedere che anche i suoi elettori più giovani si stanno tatuando maniche intere con aquile, leoni e frasi latine mal tradotte. Tutti perdenti. C’erano una volta estati in cui la ragazza più desiderata era quella con la schiena intatta e le spalle che brillavano solo di crema solare. Oggi devi cercare a lungo, tra infradito e parei, per trovare un corpo che non sembri reduce da una sessione di body art collettiva. Le lucciole sono sparite. E al loro posto, sotto i neon dei lidi romagnoli come sotto i riflettori di Ibiza, brillano solo inchiostri da quattro soldi che raccontano la stessa, tristissima storia: abbiamo avuto paura di restare nudi.
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