Il mercato regge, ma il pavimento scricchiola

I mercati azionari globali raggiungono nuovi massimi, ma sotto la superficie si accumulano tensioni strutturali che li rendono fragili: rendimenti obbligazionari storici, inflazione sopra target, dollaro che si deprezza mentre Wall Street sale, e un’economia dell’AI che brucia capitali a velocità industriale. Non è un crollo: è un equilibrio che dipende da variabili che nessuno controlla.

I FATTI RECENTI

FATTO 1

Lo S&P 500 è ai massimi storici per la settima settimana consecutiva, ma più titoli registrano nuovi minimi che nuovi massimi all’interno dell’indice. Si chiama breadth, ovvero quel fenomeno per cui la maggior parte dei titoli di un indice sono negativi, ma l’indice nella totalità è positivo.
Perché? Semplice: un indice di borsa è pesato per la capitalizzazione, le aziende più grandi pesano di più e basta che alcune di loro, che pesano come uno stato, siano positive, per rendere insignificante la negatività delle altre.
Sono 28 settimane consecutive che sta succedendo questo: il mercato americano è trainato solo dalla tecnologia.

Nel frattempo il titolo di stato a 30 anni del Regno Unito ha toccato il 5,85% (massimi dal 1998) e il corrispondente giapponese ha superato il 4% per la prima volta nella storia. Verrebbe da pensare: “per trent’anni prendo il 5,85% (occhio al cambio!) e chi ci vuole più pensare?”.

In realtà quando un creditore chiede più interesse al debitore significa che percepisce una minore affidabilità e quindi difficoltà a sostenere fiscalmente il debito. L’Italia ne sa qualcosa dal 1993 e dal 2011. 

FATTO 2

OpenAI (quella di ChatGPT) accumula perdite proiettate a 143 miliardi di dollari fino al 2030; Anthropic (quella di Claude) ha dichiarato sotto giuramento che ogni dollaro di ricavo ne costa due di spesa. C’è una regola aurea nel mercato: puoi anche inventare la cosa più geniale dell’umanità, ma se non generi utili non andrai da nessuna parte.
Nel frattempo Nvidia supera i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Se fosse uno stato avrebbe di fronte solo il PIL di USA e Cina.

In questo momento l’AI sta tenendo in piedi i mercati azionari globali, ma laddove riusciamo a vedere i dati del settore, ci rendiamo conto che non si riesce ancora a generare utile.
Il rischio è concentrato, forse anche troppo. 

FATTO 3

Il Dollar Index (una sorta di cambio del dollaro rispetto a tutte le principali valute del mondo) è calato del 10% da gennaio 2025. L’euro si è apprezzato del 12%, il franco svizzero del 15%, il real brasiliano del 23%. Eppure i Treasury a 30 anni rendono oltre il 5%: tecnicamente la gente vorrebbe quel rendimento e comprerebbe dollari sostenendone il cambio.
Più forte è un’economia, più forte è il suo cambio, almeno fino a prima che questa economia fosse trainata da un singolo settore. 

Qualcuno pensa che il raggiungimento del tetto storico di 40.000 miliardi di dollari (un 4 con TREDICI zero dopo) possa essere un segnale inquietante per un mercato come quello americano che ha sempre vissuto sul debito privato e ora vive anche sul debito pubblico (senza benefici per il privato).

LA CONNESSIONE NASCOSTA

Negli Stati Uniti l’investimento azionario è sempre stato un elemento fondamentale del risparmio, a differenza dell’Italia, dove si è sempre preferito il mattone o il materasso. Ne consegue che il 40% degli abitanti detengono iil 40% delle azioni di aziende statunitensi, una cifra pari a circa 44 trilioni di dollari (44 mila miliardi!) e in quei portafogli ci sono per la gran parte i principali titoli delle aziende AI che sembrano essere più una barca con un foro sul fondo che non sappiamo ancora che dimensione abbia. 

Il problema è anche di natura politica. Se domani il mercato USA dovesse rendersi conto di essere gonfiato da entusiasmi eccessivi e da famiglie che comprano indistintamente lo S&P500 perché si è sempre fatto così, ci sarebbero conseguenze pesanti perché lì ci sono i risparmi degli statunitensi, i loro fondi pensione.
Se domani Nvidia perdesse il 50% della propria capitalizzazione, varrebbe ancora di più di quanto valeva il più grande titolo azionario mondiale nel 2020. Avrebbe un peso pari a poco più del PIL italiano. Qualche gufo pensa che le capitalizzazioni vengano gonfiate anche per prepararsi a un eventuale discesa del mercato a valori più compatibili con la capacità di generare utili delle aziende. 

Resta per ora interesse della politica, evitare che questo accada, oltre all’inflazione e alle difficoltà sociali in USA, ci mancherebbe anche un fuggi fuggi dal mercato azionario. Resta il fatto che gli USA rimangono il paese più indebitato al mondo sia in termini pubblici che privati e prima o poi bisognerà comprendere come risolvere tutto questo.

COSA CAMBIA PER NOI

Chi ha un mutuo a tasso variabile ha già vissuto anni di rate alte. Chi ha un conto deposito pensa di essere al sicuro. Ma i fondi pensione e i prodotti assicurativi a capitale garantito che molti italiani hanno sottoscritto sono carichi di obbligazioni governative a lunga scadenza esattamente quelle che più di qualche gestore definisce “da evitare strutturalmente”. I Treasury USA decennali sono ancora in calo reale (al netto dell’inflazione) del 31% dal picco e i BTP lunghi non fanno eccezione a questa logica.

Luglio 2026

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