C’è qualcosa di profondamente veneziano, e dunque di profondamente italiano, nel modo in cui la sinistra perde. Lo fa con convinzione. Lo fa con quella particolare qualità estetica del naufragio che solo chi si è esercitato a lungo può raggiungere, quel naufragio lento, consapevole, quasi compiaciuto di chi conosce ogni scoglio e ha deciso, nell’intimo, che evitarli sarebbe meno interessante che descriverli. Venezia ha votato, e ha detto che le urne sanno esprimere quando vogliono, che il campo largo è un campo minato. Minato dall’interno, minato dalla retorica, minato da quella sindrome peculiare della sinistra italiana che consiste nel credere che la superiorità morale sia un programma elettorale. Venezia non è una città qualsiasi. È una metafora che cammina — o meglio, che galleggia. È una città che ha costruito la propria grandezza sul paradosso: sopravvivere dove non si dovrebbe sopravvivere, prosperare dove la natura aveva detto no, costruire palazzi sull’acqua come se la sfida all’evidenza fosse la forma più alta di civiltà. In questo senso, Venezia e la sinistra italiana si assomigliano più di quanto entrambe vorrebbero ammettere: entrambe costruiscono sul fragile, entrambe confondono la bellezza del progetto con la solidità delle fondamenta, entrambe rischiano ogni giorno di sprofondare e ogni giorno si stupiscono che l’acqua salga.
Il risultato veneziano non è una sorpresa, è una conferma. Conferma che il centrodestra, quando sceglie un candidato radicato nel territorio, quando parla alla pancia della città senza disdegnare la testa, quando non si vergogna di essere quello che è, vince. Conferma che il centrosinistra, quando si presenta come coalizione di anime diverse tenute insieme non da un progetto ma da un’avversione comune, quando propone un candidato che deve piacere a tutti e finisce per entusiasmare nessuno, perde. Il campo largo è un’idea nata dalla disperazione e cresciuta nell’ambiguità. La sua logica è impeccabile sulla carta (unire tutto ciò che non è destra per battere la destra) ma disastrosa nella pratica, per una ragione che i suoi architetti continuano ostinatamente a non vedere: le coalizioni si vincono al centro, non si costruiscono a sinistra. Ogni volta che il campo largo si allarga verso sinistra, si restringe verso il centro. Ogni volta che include una voce in più nella sua orchestra cacofonica, perde un elettore in più in quella terra di mezzo silenziosa e determinante che decide le elezioni italiane da trent’anni. Eppure la diagnosi non viene fatta. O meglio: viene fatta, e poi dimenticata, e poi rifatta, e poi dimenticata di nuovo, in quel ciclo virtuoso dell’autoinganne che è forse il contributo più originale della sinistra italiana alla storia del pensiero politico occidentale.
C’è poi la questione dei leader, questione delicata, questione umana. La sinistra italiana ha un problema di incarnazione. La destra, con tutti i suoi enormi limiti, con tutta la sua rozzezza, con tutto il populismo che la attraversa come un fiume carsico, sa produrre figure che stanno sul palco, che riempiono la scena, che comunicano qualcosa di semplice e diretto a chi le guarda. Possono piacere o non piacere ed essere anche molto imbarazzanti ma ci sono. Hanno presenza. Hanno quella qualità teatrale senza la quale la politica democratica, nel secolo della televisione e dei social, è semplicemente impraticabile. La sinistra produce invece figure che sembrano sempre sul punto di scusarsi di esistere. Figure che parlano con la complessità doverosa di chi ha letto molto e con la timidezza paralizzante di chi teme di dire qualcosa di sbagliato. Figure che quando devono scegliere tra l’efficacia e la correttezza scelgono invariabilmente la correttezza e perdono invariabilmente le elezioni, il che è forse scorretto verso gli elettori che rappresentano ma è certamente molto corretto verso se stesse.
Venezia, alla fine, insegna sempre qualcosa e lo fa da mille anni. Insegna che la bellezza non basta, che il prestigio del passato non vota, che la città più fotografata del mondo può tranquillamente eleggere chi vuole senza chiedere il permesso all’estetica della propria storia. Insegna che l’acqua sale, e che di fronte all’acqua che sale si può fare una di due cose: costruire dighe o scrivere poesie sul proprio allagamento. Il centrodestra, con tutti i suoi difetti (a livello nazionale sconcertanti, ma a livello locale ben più digeribili), tende a costruire dighe, imperfette quasi sempre, ma dighe. Il campo largo tende a scrivere poesie, bellissime, ma poesie. E le poesie, come è noto, non tengono l’acqua fuori.
Non è detto che questa storia non possa cambiare. La politica è l’arte dell’imprevisto, e chi ha visto la storia italiana da vicino sa che i ribaltamenti sono sempre possibili, che i morti si risvegliano e i vivi si addormentano, che le certezze di maggio diventano le sorprese di ottobre. Ma finché il campo largo continuerà a credere che la propria missione sia educare l’elettorato invece di ascoltarlo, finché continuerà a costruire coalizioni che guardano a sinistra mentre i voti stanno al centro, finché continuerà a produrre candidati che sembrano più a proprio agio in un convegno che in una piazza, finché tutto questo continuerà, il risultato veneziano non sarà un’eccezione. Sarà una profezia. Scritta sull’acqua, come tutto a Venezia. Ma non per questo meno vera.










