VICENZA JAZ 2026. GIORNO 11. SHHH/PEACEFUL

C’è qualcosa di particolare nell’aria dell’ultimo giorno del festival jazz. Non è tristezza, non ancora. Non è nemmeno la malinconia pulita e riconoscibile che arriverà domani, quando tutto sarà finito e i palchi saranno vuoti e la città tornerà ad essere semplicemente se stessa. È qualcosa di più strano e più prezioso — una consapevolezza acuta, quasi dolorosa, del presente. Come se il fatto che stia per finire rendesse ogni cosa più nitida, più vera, più degna di essere vissuta fino in fondo. Il festival ha costruito in questi giorni un mondo parallelo — un mondo con le sue leggi, i suoi ritmi, i suoi abitanti temporanei, la sua geografia affettiva fatta di palchi e foyer e corridoi e posti dove ci si è seduti ad ascoltare qualcosa che non si dimenticherà facilmente. Un mondo che ha la qualità fuggevole e intensa di tutte le cose belle: esiste pienamente soltanto perché sa di dover finire. E oggi è l’ultimo giorno. L’ultimo giorno in cui questo mondo è ancora interamente vivo. La musica jazz ha sempre avuto un rapporto speciale con il tempo. Lo abita, lo dilata, lo piega, lo spezza e lo ricuce. Ogni improvvisazione è un atto di presenza totale nel momento — non si può suonare jazz pensando ad altro, non si può ascoltarlo davvero se si è con la testa altrove. E forse è per questo che un festival jazz, nel suo ultimo giorno, diventa qualcosa di quasi meditativo: la musica insegna a stare qui, e qui — oggi, stasera, in queste ultime ore — è il posto più bello del mondo. Fuori, la città continua. I treni partono, i negozi aprono e chiudono, la gente cammina con i suoi pensieri e i suoi impegni e le sue vite che non si sono fermate per il festival. Ma dentro — dentro questo spazio che la musica ha creato e ancora protegge — il tempo ha un’altra densità. Ogni concerto dell’ultimo giorno porta con sé il peso e la leggerezza di tutto ciò che è venuto prima: i ricordi delle sere precedenti, le scoperte inaspettate, i momenti in cui qualcosa sul palco ha oltrepassato la soglia dell’atteso e ha toccato qualcosa di più profondo. Stasera si è suonato ancora. Stasera la musica ha riempito di nuovo l’aria e qualcuno ha chiuso gli occhi e qualcun altro ha mosso appena il piede sul pavimento. Ed è stato giusto così. Perché la musica, quando è vera, non chiede spiegazioni. Chiede soltanto di essere ascoltata — fino all’ultima nota, fino all’ultimo applauso, fino all’ultimo giorno.

Ma questa era la giornata di Miles che cento anni fa nasceva ad Alton, Illinois e che durante la sua incredibile ed irripetibile carriera ha insegnato al silenzio a parlare. Miles Davis sceglieva le note da non suonare, e in quello spazio vuoto costruiva cattedrali. La sua tromba non alzava mai la voce — eppure nessuno, in tutta la storia della musica, ha detto cose più alte. Cento anni. E ieri si è attesa la mezzanotte per festeggiarli questi cento anni come si fa nei compleanni: con torta e candeline. Il tutto mentre il direttore artistico Brazzale salutava e dava appuntamento all’anno prossimo.

Prima c’erano stati due set dedicati alla tromba, con il primo set strepitoso degli Enrico Rava Fearless Five. Quintetto senza paura, con un leader che è leggenda del jazz italiano. Lo avevamo incontrato un giorno prima a pranzo. Un 87enne con un’energia ancora fresca, con una curiosità per il mondo e per la musica assolutamente a prova di anagrafe. Qui è di casa e sul palco ha portato un live molto davisiano. Nei modi di essere band leader, nello spazio concesso ai suoi musicisti, nella scelta oculata delle note da suonare e da non suonare. Ha spiccato la batterista Evita Polidoro, anche interprete vocale impeccabile in una bellissima rendition di My Funny Valentine. Dopo di cotanta bellezza è stato il turno di Fabrizio Bosso che, per chi vi scrive, si è rivelato un piccolo passo indietro rispetto al primo set, un piccolo deragliamento estetico. Poi è arrivata l’agognata mezzanotte. Ah, Enrico Rava a pranzo aveva mangiato Baccalà alla vicentina. What else?

Si è così chiusa un’edizione memorabile, una delle migliori, se non forse la migliore in assoluto. La memoria fresca va alla serata magica con Barbara Hannigan o al live elegantissimo di Billy Cobham o al flamenco felliniano di Israel Galván & Michael Leonahart, o il riuscitissimo esperimento del film musicato dal vivo con L’ascensore per il patibolo. E poi quei due nomi, Davis e Coltrane, che aleggiavano ogni giorno sopra le scelte e i suoni. 30 anni di Vicenza Jazz sono un traguardo importante. Dietro c’è un grande lavoro da parte di Riccardo Brazzale ma anche di tutto uno staff che lavora dietro le quinte e poi c’è la figura fondamentale di Luca Trivellato senza il quale il festival, di fatto, non ci sarebbe nemmeno mai stato. E quindi tanti auguri Vicenza Jazz, e ci vediamo l’anno venturo.

Foto di Rossana Ottofaro