VICENZA JAZZ 2026. GIORNO 10. MOON DREAMS

Ci sono spettacoli che accadono. E poi ci sono spettacoli che restano — che si depositano dentro come fanno le cose vere, quelle che non si esauriscono nell’applauso finale ma continuano a lavorare in silenzio, ore dopo, giorni dopo, come un seme che non si vede ma che sta già diventando qualcosa. Neapolis Mantra è uno di questi. Un’opera che sfida qualsiasi etichetta — iscritta nella rassegna danza, eppure molto più di questo. Perché sul palco ieri sera non c’è stato un solo linguaggio, ma molti linguaggi che si sono cercati e trovati e fusi fino a diventare uno solo: la danza, la musica dal vivo, la parola, il corpo, la voce. Un’esperienza immersiva che porta la firma del regista e coreografo italo-africano Mvula Sungani — artista capace di costruire spazi scenici in cui l’essenziale diventa monumentale, in cui il gesto minimo contiene un universo intero. Al centro di tutto, due presenze straordinarie. Emanuela Bianchini, étoile della physical dance — quella disciplina che Sungani e Bianchini hanno portato a ricevere riconoscimenti internazionali, quella forma di movimento che non si accontenta di essere tecnica ma vuole essere poesia, evocazione, dinamismo del corpo che diventa racconto. Quando Bianchini danza, il corpo traccia nello spazio linee invisibili che lo spettatore sente prima ancora di vedere. E poi Enzo Gragnaniello — la voce. Compagno di classe di Pino Daniele, figlio autentico di Napoli, Gragnaniello porta sul palco una carriera costruita lungo quarant’anni di musica che ha attraversato confini di genere e di lingua senza mai perdere la propria radice. La sua voce — rauca e morbida, antica e modernissima — è una delle voci più riconoscibili e più necessarie della musica italiana. Con loro: una Compagnia di danza, un’attrice, e la band di Gragnaniello — chitarra, mandolino, violoncello, batteria — un ensemble acustico che trasforma la musica in architettura sonora, in paesaggio.

Lo spettacolo trae ispirazione dall’album omonimo inciso da Gragnaniello nel 1998 ed è anche un tributo ai vent’anni dalla pubblicazione di Donna, la canzone interpretata da Mia Martini. Al centro della narrazione c’è il concetto di essenzialità — parola che in questo spettacolo significa purezza. Corpo e voce come strumenti di un viaggio tra il reale e l’irreale, tra la terra e il sogno. La narrazione si sviluppa attraverso le storie di donne — madri e figlie, compagne amate e desiderate, figure fatte di terra e aria, di emozioni e aspettative e delusioni e resistenza. È un omaggio alla figura femminile nella sua molteplicità — non la donna come simbolo astratto, ma la donna come essere concreto e complesso, come colonna invisibile su cui si regge il mondo. Ed è, insieme, una celebrazione di Napoli — città delle contraddizioni, accogliente e materna, capace di ferire e di proteggere con la stessa intensità, di custodire i suoi figli nel caos e nella bellezza, nel dolore e nella festa che lì non si sono mai davvero separati.

La regia di Sungani costruisce uno spazio scenico in continua trasformazione — coreografie che alternano momenti di grande intensità espressiva a suggestioni etniche e spirituali, luci scolpite come fossero materia solida. La physical dance — linguaggio del corpo che unisce evocazione poetica e dinamismo fisico in un idioma unico — trova qui una delle sue espressioni più complete e più libere. Le musiche, eseguite dal vivo in versione acustica, comprendono i brani più amati di Gragnaniello insieme a composizioni scritte per artisti che hanno segnato la storia della musica italiana ed europea: Roberto Murolo, Mia Martini, Andrea Bocelli, Ornella Vanoni. A questi si aggiungono tracce tratte dal suo nuovo album Lo chiamavano vient’ ‘e terra — titolo che già contiene dentro di sé tutta la leggerezza e tutta la forza di chi viene da un luogo preciso e lo porta con sé ovunque vada. La storia di Gragnaniello è la storia di un artista che non ha mai smesso di cercare sebbene non sia mai stato davvero sotto ai riflettori più grandi. Questo nonostante abbia ricevuto ben quattro Targhe Tenco, il riconoscimento più onesto che la musica d’autore italiana sappia dare, quello che premia la necessità sul successo, la verità sulla popolarità. Argomenti che sono un’ottima risposta a chi ieri sera chiedeva: ma cosa c’entra col festival jazz?

Foto di Rossana Ottofaro