Ultimo sabato di festival. Ed è di nuovo un doppio concerto al centro del programma serale. Iniziano Roberto Ottaviano e Robert Luft. Roberto Ottaviano incontra musicalmente Rob Luft un paio d’anni fa circa e ne ha apprezza subito l’onestà intellettuale, la curiosità musicale ed il profondo rispetto per la tradizione insieme alla voglia di sperimentare nuove possibilità, sia come chitarrista che come compositore. L’idea del duo nasce dalla possibilità più volte affrontata da Ottaviano di instaurare un dialogo paritetico in cui gli strumenti si scambiano i ruoli, si rincorrono contrappuntisticamente in un gioco caleidoscopico di melodie e colori ritmici. Lo sviluppo quasi cameristico, ancie e corde, non deve però far pensare al fatto che la musica si perda in un labirinto cervellotico. L’equilibrio tra brani originali e sapiente perlustrazione di un song book ricercato, porta il duo ad avere dal vivo una godibilità di grande impatto che non fa sentire la mancanza della tradizionale sezione ritmica. Chitarra che sapientemente fa largo uso di effetti e di loop. Momento più coinvolgente una rilettura del classico Coltreniano “Naima”.

Dopo di loro è la volta del Petro Tonolo Quartet. Il quartetto di Pietro Tonolo riunisce quattro eccellenti musicisti della scena italiana in una formazione che esplora territori sonori contemporanei con grande equilibrio tra scrittura e improvvisazione. Il repertorio alterna brani originali e standard reinterpretati con freschezza e profondità espressiva, in un dialogo costante tra sax, flauto, chitarra, contrabbasso e batteria. Il suono è poliritmico, arioso, capace di raccontare paesaggi interiori e collettivi. Per la qualità e l’esperienza del leader, per il livello altissimo dei tre partner, il quartetto del sassofonista Pietro Tonolo, con Gabriele Evangelista al contrabbasso, Giancarlo Bianchetti alla chitarra e Bernardo Guerra alla batteria, si presenta come una delle formazioni più interessanti della scena contemporanea: il repertorio in equilibrio tra composizioni originali e standard esplora paesaggi sonori contemporanei in cui scrittura e improvvisazione convivono, in un grande equilibrio poliritmico.

C’è poi stata, per il secondo anno consecutivo, la “jam per Matteo” in ricordo di Matteo Quero che fu, insieme a Luca Trivellato e ovviamente a Riccardo Brazzale, l’anima del festival dall’inizio. E come l’anno scorso accade che Matteo è presente. È lì. È lì nel modo in cui ci sono le persone che hanno amato la musica con tutto se stesse: non come presenza fisica, non come voce che si può chiamare per nome, ma come qualcosa di più sottile e più resistente. Come un’accordatura. Come il diapason che vibra prima che qualsiasi strumento entri nella stanza e dà a tutto ciò che verrà dopo la sua giusta altezza, il suo giusto centro. Chi ha amato il jazz con quella qualità di amore — totale, curioso, generoso, mai stanco — non scompare davvero dalla musica. Rimane nel modo in cui certi brani vengono scelti. Nel modo in cui un musicista chiude gli occhi prima di attaccare un assolo. Nel modo in cui il silenzio tra una frase e l’altra viene lasciato respirare, senza fretta, senza paura. Matteo è in quel silenzio. Una jam è per sua natura una conversazione tra vivi — voci che si cercano, si trovano, si perdono e si ritrovano, costruiscono insieme qualcosa che nessuno di loro avrebbe potuto costruire da solo. È il contrario della solitudine. È il contrario della fine. E allora cosa succede quando a una jam manca qualcuno che avrebbe dovuto esserci? Succede qualcosa di strano e di bello: il suo posto non rimane vuoto. Si riempie di musica. Si riempie del ricordo di come ascoltava, di come reagiva, di quella presenza attenta e calda che i musicisti sentivano dalla sala e che li faceva suonare meglio — perché certe orecchie, certe presenze, certi sguardi capaci di capire davvero quello che sta accadendo sul palco, sono parte della musica tanto quanto gli strumenti. Un pubblico che ascolta con amore trasforma la musica che riceve. La eleva. La rende più coraggiosa.

Alla fine si suona sempre per Matteo, per tutti i Matteo che non ci sono. Si suona per qualcosa di altro, per qualcosa che non si vede ma si percepisce. Si suona per disperdere nell’aria un senso di eternità. La musica è anche un rituale. Un sacrario di elevazione. Mica è fatta per le miserie quotidiane. Ti porta là dove non c’è pericolo se non quello di avere a volte paura e vertigine perché la musica sa essere “troppo”. In luoghi oscuri illumina, per sentieri scoscesi conduce senza paura. La musica unisce più di ogni cosa. Più della guerra. Più della fame, più del nostro bisogno di consolazione.





