VICENZA JAZZ 2026. GIORNO 8. ‘ROUND ABOUT MIDNIGHT

Gocce di pioggia sulle rose e sui baffetti dei gattini
Bollitori di rame luccicanti e caldi guanti di lana
Pacchetti di carta marrone legati con lo spago
Queste sono alcune delle mie cose preferite

Pony color crema e strudel di mele croccanti
Campanelli delle porte e campanelle delle slitte e schnitzel con la pasta
Oche selvatiche che volano con la luna sulle ali
Queste sono alcune delle mie cose preferite

Ragazze in abiti bianchi con fasce di raso blu
Fiocchi di neve che si posano sul mio naso e sulle mie ciglia
Inverni bianco-argento che si sciolgono nella primavera
Queste sono alcune delle mie cose preferite

Quando il cane morde, quando l’ape punge
Quando mi sento triste
Mi basta pensare alle mie cose preferite
E allora mi sento subito meglio

La brevità delle esibizioni pubbliche delle band hardcore punk è fondamentale. Venti minuti di rumore incessante alimentato dalla rabbia sono più o meno il massimo che gli appassionati del genere riescono a sopportare. Pur ammirando l’intensità massimalista dell’attacco sonoro ieri sera nella sala del ridotto del Comunale, si aveva a tratti la sensazione di voler arrendersi. Un quartetto guidato dal sassofonista jazz di Chicago Isaiah Collier che raramente ha ceduto nella sua ricerca a tutto campo dell’ascesa di Coltreniana memoria. I quattro sembravano essere in competizione per scoprire chi riuscisse a suonare il maggior numero di note al volume più alto. La furia, ovviamente, è giustificabile in questi tempi, ma persino una versione della ballata di John Coltrane “My Favourite Things” è diventata un veicolo per violenti lamenti blues. Per non parlare di un altro classico del repertorio del sassofonista di Hamlet ovvero quella “Impressions” che nell’album omonimo si basava sulla celebre “So What”di Miles Davis, e conteneva un assolo di Coltrane della durata di quasi quindici minuti. Il set massacrante di Collier suggerisce che sia spietato quanto il più feroce dei punk.

Poi è stato il turno dei colori e dell’energia di Lakecia Benjamin che ha portato sul palco la sua adrenalina e la sua voce calda – che ha inneggiato più volte alla pace e all’amore, unici motori del mondo. Cresciuta con l’hip-hop e le playlist radiofoniche e vivendo poi in una comunità latina, ha anche suonato merengue, salsa e la bachata. Anche perché nella comunità afroamericana sei incoraggiato a suonare tutte le forme di black music. E nel risultato finale si sente eccome. Il suo stile vigoroso, ispirato a John Coltrane, è sempre però proiettato verso sonorità contemporanee e innovative. Ha riproposto pure lei una versione di “My Favourite Things” e ha intrattenuto il pubblico con una veemenza tale da ricordare certe scorribande di Roger Nelson, in arte Prince. Finale con una vibrante “Higher Ground” del genio Stevie Wonder.

Ma la serata era un pur sontuoso antipasto a quello che un po’ tutti attendevano come piatto forte: il concerto di mezzanotte al cimitero maggiore. C’è un silenzio nei cimiteri che non assomiglia ad altri silenzi. Non è il silenzio di una stanza vuota, né quello di una foresta di notte. È qualcosa di più denso, più intenzionale — come se l’aria stessa avesse deciso di trattenersi, di non disturbare, di farsi da parte davanti a qualcosa di più grande di lei. È un silenzio che ha forma, che ha peso, che si può quasi toccare con le mani aperte. Ed è esattamente in questo silenzio che la musica ha sempre trovato la sua casa più vera. Ogni civiltà umana, da sempre, ha accompagnato i propri morti con la musica. Non è un dettaglio folkloristico, non è una tradizione accessoria. È qualcosa di più profondo e più necessario — come se l’essere umano avesse capito, fin dall’inizio, che il momento della morte è troppo grande per essere attraversato soltanto con le parole, troppo verticale per essere contenuto nel linguaggio ordinario. Ci vuole qualcos’altro. Ci vuole il suono. La pietra del sepolcro è immobile, permanente, silenziosa. La musica è movimento, durata, voce. Eppure tra questi due opposti — tra la pietra e il suono — esiste una corrispondenza misteriosa, come tra due linguaggi diversi che parlano della stessa cosa. La pietra dice: qui rimane. La musica dice: qui continua.

A New Orleans il rapporto tra musica e cimitero ha preso la forma più paradossale e più umana che si possa immaginare. Il corteo funebre parte lento, solenne, con la banda che suona Nearer My God to Thee o qualche altra melodia grave e misurata. Ma dopo la sepoltura, quando il corpo è nella terra e l’anima — si dice — è già altrove, la banda ricomincia a suonare. E suona jazz. È il second line — la seconda linea del corteo, quella dei vivi che tornano alla vita dopo aver accompagnato il morto. Ed è forse la più onesta filosofia funeraria mai concepita: il lutto è reale, il dolore è reale, la perdita è reale. Ma la vita è altrettanto reale. E la musica è abbastanza grande da contenere entrambe le cose — il pianto e il ballo, la cenere e il ritmo, la fine e il continuo.

Protagonista ieri sera è stata Savina Yannatou, una straordinaria cantante greca la cui carriera, negli ultimi cinquant’anni, non ha mai conosciuto pause. Il suo curriculum comprende interpretazioni di musica antica, canto difonico, composizioni per la videoarte e improvvisazioni con Damo Suzuki dei Can. Ha presentato qui il suo nuovo album, realizzato con l’ensemble jazz greco Primavera en Salonica – suoi collaboratori di lunga data – e la cantante tunisina Lamia Bedioui. Un viaggio attraverso il mondo delle canzoni tradizionali dedicate all’acqua: come può essere balsamo e maledizione, fonte di vita e tempesta. Una preghiera contemporanea d’avanguardia, che contrappone un groviglio di percussioni alla recitazione di Yannatou e Bedioui, piena di sussurri e lamenti contrappuntistici. Anche strumenti tradizionali come il qanun (una cetra araba) di Kostas Vomvolos e il ney (un flauto persiano) di Harris Lambrakis hanno contribuito a creare un’atmosfera drammatica e sognante. E la notte scorreva in molte direzioni inaspettate e meravigliose.

Foto di Rossana Ottofaro