Giro di boa e inizio della seconda metà del festival. Si aprono i concerti all’ora dell’aperitivo, sotto la “vela” del teatro. Ieri è toccato ad un quintetto dal nome Aria che hanno portato un’idea eterea di jazz in punta di piedi.

Poi il piatto forte molto atteso, che ha lasciato alla fine un entusiasmo fiabesco. Piccola orchestra jazz e flamenco. Entrano come in un’arena, accolti dagli applausi. Otto artisti di fronte al pubblico, in una scenografia sobria e frontale. Al centro del palcoscenico, i leggii formano un’area di gioco ben definita per l’orchestra. A destra, una pedana bassa offre lo spazio dedicato alla danza.

L’americano Michael Leonhart si posiziona di spalle al pubblico, come un direttore d’orchestra senza bacchetta, ma con gesti ampi e precisi. Il braccio si alza, la mano disegna un arabesco e, pronta a partire, l’orchestra inizia il primo brano. Ben presto si dispiegano le armonie jazz, sostenute dai sottili arrangiamenti del trombettista, alimentate dalle reminiscenze ispaniche del leggendario Sketches of Spain, che Miles Davis registrò nel 1960 con Gil Evans.

Poi il sivigliano Israel Galván, con un colpo secco di tacco esplode nella percussività dei suoi movimenti; con un braccio teso sconvolge lo spazio. L’andaluso lascia che la musica lo attraversi. Non balla sul jazz, balla con esso, come se dovesse prima tastare il terreno, cercare il punto d’ancoraggio, ascoltare i respiri, le sincopi, i silenzi. L’inizio è quasi fragile, come se ciascuno aspettasse l’altro, come se ciascuno suonasse in parallelo. Poi, a poco a poco, le linee si avvicinano. Si instaura il dialogo. Le note lunghe degli ottoni incontrano i colpi incisivi dei piedi. I respiri del sassofono fanno eco alle sospensioni del gesto. Si inventa una conversazione, a vista, tra due linguaggi in fusione.

In questi momenti di pura sintonia, lo spettacolo trova la sua verità. Michael Leonhart, chino sulla sua tromba, Galván che vibra di un fuoco interiore, ora percussionista, ora sciamano, ora torero. Insieme, risvegliano quella Spagna sognata da Miles Davis, quella dei cortei funebri, dei giardini di Aranjuez, dei canti dal balcone. Il flamenco di Galván, mai folcloristico, fa emergere le ombre, la luce, le pulsazioni del suolo. La musica, dal canto suo, è sontuosa, suonata da un’orchestra virtuosa che non si accontenta di accompagnare, ma si inserisce nel movimento, nel corpo del ballerino.

Certo, avremmo voluto che il dialogo tra Leonhart e Galván si intensificasse ulteriormente, che i loro scambi fossero più diretti, più audaci. Ma alla fine dello spettacolo, un colpo di scena inaspettato ribalta la situazione. Liberati dalle partiture, gli artisti si lanciano in una jam session improvvisata. È lì, finalmente, che il fuoco si propaga senza freni. I confini si dissolvono. Jazz e flamenco si fondono l’uno nell’altro. E assistiamo, a bocca aperta, alla nascita di un momento raro. Fuori dal tempo. Quasi sacro.

Galván è stato figura felliniana, circense e malinconica e col suo corpo e la sua immagine, ha fatto in modo che le musiche di Davis trovassero un corrispettivo ideale in cui adagiarsi, in un’alchimia pressoché perfetta. Una serata di magia.

Foto di Rossana Ottofaro





