Dopo giorni di pur splendide divagazioni, va in scena il jazz quello vero. E lo fa con il primo di tre appuntamenti (gli altri saranno venerdì 22 e poi domenica all’alba) in cui indirettamente (tranne domenica in cui è esplicito) si omaggia l’altro centenario dell’anno. Il 23 settembre 2026 John Coltrane avrebbe compiuto cento anni ed è una delle poche figure della cultura del Novecento la cui opera continua ad agire nel presente come una forza viva. La sua carriera attraversa il jazz come un fiume che cambia continuamente corso senza mai perdere la propria identità ma è con A Love Supreme che tocca l’assoluto, uno dei capitoli più alti nella storia della musica del Novecento, un atto spirituale, una preghiera in quattro movimenti che trascende qualsiasi categoria di genere, un disco da isola deserta, un capolavoro senza tempo. Poi ci sarà la svolta libera, radicale, controversa degli ultimi anni: Ascension, Interstellar Space, Expression, con Coltrane che spingerà il sassofono e la musica tutta verso territori in cui la forma si dissolve e rimane soltanto l’energia pura, la ricerca, l’urgenza. Muore nel 1967, a quarant’anni, lasciando una discografia che ancora oggi non ha finito di essere esplorata e compresa.

L’edizione di quest’anno non poteva non ricordare anche Coltrane ed è un vero peccato non sia dedicata a lui, però si doveva pur scegliere e Miles è Miles, Miles è il jazz. Sorry John. In ogni caso parlare di Coltrane e Davis senza guardare al presente rischierebbe di trasformare il centenario in un esercizio puramente commemorativo. Il jazz è una lingua parlata, e ci sono musicisti oggi che la parlano con una voce autentica, personale, capace di tenere insieme la memoria del passato e l’urgenza del presente. Uno di questi è certamente Joshua Redman. Figlio di Dewey Redman — lui stesso sassofonista di grande levatura, vicino a Ornette Coleman — Joshua ha costruito in trent’anni di carriera una posizione del tutto originale: rigoroso senza essere accademico, accessibile senza essere superficiale, profondamente radicato nella tradizione eppure sempre alla ricerca di un passo in avanti. Il sassofonista ha portato a Vicenza il suo quartetto, di recente formazione, con il collega della Blue Note Paul Cornish al pianoforte, sostenuto con forza dal bassista Philip Norris e dal delicato fragore del batterista Nazir Ebo. Attingendo al materiale recente del suo album del 2025, Words Fall Short, Redman si muoveva agilmente intorno al microfono, e la sua passione per le maratone ha inevitabilmente conferito una fisicità agile alle sue linee melodiche scattanti e al suo fraseggio dagli ampi intervalli. Cornish è una voce nuova e fresca alla tastiera: ha evitato gli effetti appariscenti per dedicarsi a profonde esplorazioni armoniche, attingendo alle profondità delle strutture armoniche delle canzoni e trovando una ricchezza inesauribile al volo. Il bassista Norris è stato una vera rivelazione: costruisce spesso i brani con linee contrappuntistiche di grande impatto, delineandone la struttura con frasi che si intrecciano, mentre il batterista Ebo ha offerto un mix perfetto di delicatezza e potenza, intrecciando i ritmi tra sassofono, basso e pianoforte con precisione fulminea. Il momento probabilmente più toccante la ballata “Borrowed Eyes” che scioglie lirica seta nell’aria. Insieme, i quattro costruiscono una musica che si muove per zone di intensità: momenti di grande lirismo in cui il sassofono di Redman canta con una voce calda e piena, alternati a improvvisazioni collettive in cui il gruppo si trasforma in un organismo unico, in cui non è più chiaro chi guida e chi segue perché tutti, simultaneamente, stanno ascoltando e proponendo. Un live che è stato un piccolo grande trionfo salutato da ovazioni festanti della sala grande del Comunale strapiena.

C’è Coltrane in questa musica — in certi respiri lunghi del sassofono, in certe esplosioni ritmiche del quartetto — ma non come citazione, non come omaggio esplicito. C’è piuttosto come presenza sottile, come aria respirata inconsciamente da chiunque abbia fatto del sassofono jazz la propria voce. Ed è forse questo il lascito più profondo di Coltrane: un’attitudine — quella di cercare sempre, di non accontentarsi mai, di trattare ogni concerto come se fosse l’ultima occasione disponibile per dire qualcosa di vero.

Foto di Rossana Ottofaro





