VICENZA JAZZ 2026. GIORNO 3. TIME AFTER TIME

Doppia serata, doppio punto di vista, doppio risultato, doppio straniamento. In psicologia, in letteratura, in cinema, il doppio non è semplicemente un altro uguale a noi: è lo specchio in cui si riflette tutto ciò che l’identità fatica a contenere. È la domanda più inquietante che l’essere umano possa rivolgersi — chi sono davvero? — resa visibile, corporea, minacciosa. Ora, non esageriamo coi concetti, ma il doppio concerto di ieri sera un po’ di domande simili le ha suscitate. Due set molto diversi, tanto da eliminare il senso di continuità, e altrettanto fertili, deviati e devianti. Un concerto, per sua natura, chiede un certo tipo di presenza — fisica, emotiva, mentale. Il corpo resta seduto a lungo, l’attenzione è sollecitata continuamente, il volume e la pressione sonora stancano l’apparato uditivo anche quando la musica è bellissima. Quando la serata si allunga oltre una certa soglia, subentra una stanchezza che non è solo fisica: è una saturazione dei sensi, una sorta di sovrabbondanza che paradossalmente ottunde la capacità di godere di quello che si sta ascoltando. Se i due set propongono linguaggi, atmosfere o intensità molto diverse tra loro, il pubblico è chiamato a fare qualcosa di faticoso: smontare completamente la disposizione emotiva costruita nel primo concerto e ricostruirne una nuova per il secondo. Non è un passaggio neutro. Ogni musica crea un clima interiore, una certa tensione o rilassamento, un’aspettativa. Passare bruscamente da un mondo sonoro a un altro — specie se i due mondi sono molto distanti — richiede un lavoro di adattamento che in condizioni di freschezza può essere stimolante, ma a fine serata rischia di diventare semplicemente disorientante. Il risultato è che i due concerti, invece di sommarsi e moltiplicarsi a vicenda, finiscono in qualche modo per sottrarsi. Il secondo penalizza il ricordo del primo, oppure il primo ha già consumato tutta l’energia disponibile lasciando poco spazio al secondo.

Detto questo, sono stati due concerti di altissimo livello e per certi versi sorprendenti. Si è partiti con lo strabiliante quartetto di Mary Halvorson. Mary è uno spirito irrequieto e una grande lavoratrice. Anche la sua popolarità è in forte ascesa, come dimostrano concerti da tutto esaurito che sta portando in giro per l’Europa e la grande risposta di entusiasmo ottenuta ieri all’Olimpico. Questo progetto vede Mary alla chitarra, Henry Fraser al contrabbasso, Dave Adewumi alla tromba e il batterista Tomas Fujiwara, suo collaboratore di lunga data e amico. Il quartetto si esibisce con grande disinvoltura. Sempre un po’ nerd, Mary suona la sua grande chitarra hollow body da seduta, fa largo uso di scale e di loop. Adewumi è solido alla tromba. I suoi squilli e le sue scale sicuri sono un ottimo contrappunto alle frasi chitarristiche. Fraser è incredibile. Di solito pizzica le corde, ma ogni tanto usa l’archetto; vale la pena seguire Henry. Durante gli assoli, ha alternato passaggi pizzicati delicatamente a scale forti e incisive, come se ci fossero due persone a suonare. Fujiwara è maestro del tempo e il suo assolo è stato lungo ma mai fumoso. Halvorson è un camaleonte alla chitarra, ha persino eseguito con fluidità un passaggio in stile slack-key hawaiano. I riconoscimenti internazionali che continuano ad accumularsi per Mary, sono completamente meritati.

Poi è arrivato il grande nome della serata, che forse alla fine è stato offuscato dal primo concerto. Così vanno (anche) le cose. Parlare qui di Uri Caine è quasi superfluo, tanto importanti e famosi sono la sua persona e il suo unico stile. C’è qualcosa di vertiginoso nel modo in cui Uri Caine abita la musica. Non interpreta: abita ogni partitura dall’interno, la smonta e la riassembla con la disinvoltura di chi conosce perfettamente le regole e ha scelto, consapevolmente, di giocarci sopra. In un programma che attraversa Schumann, Bartók, Stravinsky e Gershwin, Caine non propone un semplice viaggio nella musica colta del Novecento — propone qualcosa di più sottile e più ambizioso: una riflessione sul confine, sempre mobile e sempre negoziabile, tra tradizione e invenzione, tra fedeltà e libertà. Nella prima parte il clima si fa più aspro e percussivo. Caine sembra a proprio agio nelle ruvidezze ritmiche, nelle tensioni tra radici folkloriche e modernità spigolose: il pianoforte diventa strumento a percussione, la melodia si frammenta, e il jazz — stavolta — non deve nemmeno forzare la porta perché Bartók gliel’ha già lasciata socchiusa. Ma è con la rilettura dell’Uccello di Fuoco che il pianista statunitense tocca l’apice della sua serata, soprattutto nella lancinante Lullaby (Berceuse) che diventa un blues ancestrale. La mente musicale di Caine usa il repertorio come un grande campo aperto in cui esplorare, sempre, la stessa domanda fondamentale — dove finisce la scrittura e dove comincia la voce.

Foto di Rossana Ottofaro e Marco Dal Maso