Vicenza Jazz 2026. Giorno 2. So What

E allora? Dopotutto torna il sole. Primo sabato festivaliero. In alto i calici. L’Olimpico si veste a sera per quello che è forse l’evento nell’evento. Ciò che per una generazione è “inesecuzione”, per un’altra diventa un caposaldo del repertorio. “Tristano e Isotta”, il Primo concerto per pianoforte di Čajkovskij e la Nona sinfonia di Beethoven sono stati tutti, un tempo, dichiarati irraggiungibili. Ma quando Barbara Hannigan – il soprano intrepido e apparentemente senza limiti con oltre 100 prime mondiali al suo attivo – ammette che un’opera ci è andata vicina, riducendola a “uno stato di panico” durante un periodo di studio durato anni, le credi.

Ispirato all’epopea nazionale finlandese, il Kalevala, Jumalattaret di John Zorn è meno un ciclo di canzoni che una seduta spiritica musicale, che evoca una serie di spiriti e dee attraverso il suono. La cantante si trasforma da un personaggio all’altro tra urla e lamenti strazianti, gemiti gutturali e grida, a volte ancorata, a volte liberata dal pianoforte (qui Bertrand Chamayou) – un assistente dello stregone sempre presente.

Sulla carta sembra una trovata, un numero da circo per solisti in bilico, ma nell’interpretazione di Hannigan si è rivelata una strana magia musicale: lirica, primordiale, di una bellezza rapita. La partitura di Zorn del 2012 raccoglie una grande quantità di storia musicale – canzoni popolari e ritmi rock, canto gregoriano e scat jazz – prima di frantumarli in scintillanti frammenti sonori. La stretta complicità tra il pianoforte percussivo di Chamayou e la voce libera di Hannigan ha reso l’ascolto esaltante; ci si meravigliava dei suoni, non delle prodezze, anche se queste ultime erano monumentali.

Cosa si programma accanto a questo tipo di singolarità musicale? I Chants de Terre et de Ciel di Messiaen del 1938 – la seconda delle sole tre opere su larga scala del compositore per voce e pianoforte – condividono l’estasi spirituale di Zorn, rispondendo al suo eterno femminile con il Dio severamente maschile del cattolicesimo. È territorio familiare sia per Chamayou, il cui pianoforte sembra parlare con le vocali francesi, sia per Hannigan, che ha accarezzato i testi di Messiaen con un’intimità quasi indecente, facendoli rotolare in bocca, lasciando che si muovessero attraverso il suo corpo che ondeggiava dolcemente.

Insieme hanno conquistato il pubblico che gremiva la sala (chi altro avrebbe potuto riempire il teatro con questo repertorio di sabato sera, o tenere gli spettatori così incantati?), rivelando l’intimità piuttosto che l’estremità musicale di un ciclo che celebra la nascita del figlio della compositrice. La straordinaria capacità di Hannigan di reinventare non solo il suo suono ma anche la sua fisicità è emersa anche qui – ora giocosa, chiacchiericcia innocenza per Danse du Bébé-Pilule, ora infinitamente tenera nella canzone d’amore Bail avec Mi. Gli applausi sono per una performance; questo era qualcosa di più vicino a una confessione.

Foto di Rossana Ottofaro e Marco Dal Maso