Vicenza Jazz 2026. Giorno 1. Straight, No Chaser.

Senza giri di parole. Pane al pane, jazz al jazz. Curiosi di vita e di note. Di facce e di incontri. Di vino e di luci basse. Di fumo e voci silenti. Ci si muove in questa città come fosse d’improvviso un’altra. Oggi è oggi. Il 15 maggio si alza il sipario. A dire il vero qualcosa si era già mosso nei giorni scorsi. Concerti in qualche locale, la giornata mondiale del jazz. Ma a noi piace l’autismo dell’ufficialità. Se è scritto che si inizia il 15, allora si inizia il 15. Piove. Queste idi di maggio sembrano novembrine. Fa freddo. Qualche evento salta. Ma la serata è al riparo del ridotto del comunale. Grande opening con Macaya McCraven.

Da subito si capisce che è molto diverso dal McCraven conosciuto su disco. In studio la sua musica, ha quasi tanto in comune con il library funk, l’hip-hop strumentale e il folk bartokiano quanto con le nozioni più codificate e tradizionali del jazz. Funziona meravigliosamente sia in un campeggio su una spiaggia rilassata che nella sala da concerto più sfarzosa, degno di un’analisi intellettuale rigorosa ma altrettanto facile da ascoltare per sballarsi e rilassarsi. Registrata, la musica di Makaya McCraven è un processo di trasmutazione: nelle sue mani, l’improvvisazione si trasforma in composizione e poi torna di nuovo a essere improvvisazione. Come la maggior parte delle idee geniali, è semplice da spiegare ma diabolicamente difficile da realizzare. McCraven suona dal vivo con alcuni dei migliori musicisti della sua generazione. Successivamente, modifica meticolosamente le registrazioni di quelle esibizioni per creare nuovi brani, introducendo nel mondo del jazz una tecnica di produzione hip-hop di grande maestria. Quando è in tour, McCraven arrangia quel materiale affinché la band lo sviluppi ulteriormente. Nessuna delle parti che compongono questo modello è particolarmente innovativa – Teo Macero è stato un pioniere dello studio come strumento jazzistico negli anni ’60, con Miles Davis – ma è possibile solo grazie all’inimitabile combinazione di McCraven tra l’anima di un batterista jazz e la mente di un produttore hip-hop.

Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, appassionati di musica come Guru (Jazzmatazz Vol. 1), A Tribe Called Quest (The Low End Theory), J Dilla (Welcome 2 Detroit) e Pete Rock (PeteStrumentals) hanno colmato il divario tra l’età d’oro del jazz e l’hip-hop moderno, collegando le menti creative di spicco dell’era dei diritti civili e delle generazioni post-Reagan. McCraven ha fatto qualcosa di altrettanto profondo per i giovani degli anni ’20, combinando la composizione sofisticata e le doti esecutive dei vecchi maestri con le tecniche di studio e la spavalderia di coloro che li hanno campionati decenni dopo in qualcosa di fresco.

McCraven ha riportato in vita la storia e l’ha tramandata alle generazioni future. Se tra qualche decennio esisteranno ancora figure come i “crate diggers”, questi dovrebbero trovare in questa raccolta di momenti cinematografici del materiale pronto per essere ricontestualizzato. Insieme a artisti del calibro di Adrian Young e alla serie Jazz Is Dead di Ali Shaheed Muhammad, Thundercat, Kamasi Washington, Karriem Riggins, BADBADNOTGOOD e il resto del suo cast alla International Anthem, Makaya McCraven ha reso un grande servizio al passato, al presente e al futuro della loro arte.

A Vicenza, al termine dei 75 minuti di esibizione, il quartetto aveva costruito e smantellato interi paesaggi in tempo reale, sfumando i confini tra composizione e improvvisazione, tra passato e presente. Il pubblico, visibilmente galvanizzato, ha risposto con un’ovazione insistente che ha richiesto un bis: una coda esuberante a una performance che è sembrata meno un recital e più un atto di creazione vivo e pulsante. Senza giri di parole. Straight, no chaser.

Foto di Marco Dal Maso e di Rossanna Ottofaro.