Vicenza Jazz 2026: Dalle Trombe di Gerico al Divino Miles. Un secolo di rivoluzione in note

Dal 15 al 25 maggio 2026, Vicenza celebra la trentesima edizione di New Conversations – Vicenza Jazz dedicandola interamente al centenario della nascita di Miles Dewey Davis III, nato il 26 maggio 1926 a Alton, Illinois. Il “Divino Miles” non è solo il protagonista di questa edizione: ne è l’anima, il filo conduttore, il simbolo vivente di ciò che il jazz ha sempre rappresentato: evoluzione costante, libertà assoluta e iconoclastia. Ci si è messo di mezzo il caso, o il destino, a fare in modo che per i 30 anni ci fosse anche questo anniversario e cadesse proprio di maggio. E se il destino è la nostra destinazione, non ci rimane che prepararci per un viaggio sonoro di dieci giorni, liberatorio e viscerale.

Il festival, da 30 anni sotto la direzione artistica di Riccardo Brazzale, come sempre si svolge in varie location della città, tra teatro, piazze e club, e rende omaggio a un artista che ha cambiato il corso della musica del Novecento non una, ma più volte. Un omaggio che non si limita alla celebrazione, ma invita a ripercorrere un cammino artistico irripetibile.

La carriera di Miles Davis è un manuale vivente di storia del jazz. Passò la vita a impedire che lui stesso diventasse una maniera: attraversò il bebop, inventò il cool jazz, dominò l’hard bop, portò il modalismo a una purezza metafisica, impose il jazz elettrico e scandalizzò i custodi del tempio, annusò funk, rock, elettronica futura. Non uno stile, ma una successione di epoche, di ere. Miles scelse non il numero di note, ma il loro peso, non il tecnicismo, ma il dominio dello spazio: suono asciutto, velato, quasi vocale, spesso filtrato dalla celebre sordina Harmon. La tromba era un’apparizione. Miles fu un istintivo coltissimo: suggeriva poco, provocava, poi taceva, sapeva chi mettere accanto a chi, quale attrito produrre. John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones; poi Cannonball Adderley, Bill Evans, e Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams e poi ancora Keith Jarrett, Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin, Dave Holland, Mike Stern: una vera mappa del novecento musicale. Dagli esordi bebop al fianco di Charlie Parker, al Birth of the Cool che definì il cool jazz, passando per i quintetti leggendari degli anni Cinquanta con John Coltrane e per il capolavoro assoluto Kind of Blue (1959), modal jazz che aprì porte infinite all’improvvisazione. Ma è soprattutto a partire dalla fine degli anni Sessanta che la sua musica diventa un laboratorio permanente di suoni e rotture. Il periodo che va da In a Silent Way (1969) a Pangaea (1975) rappresenta uno dei capitoli più radicali e controversi della sua opera e della storia della musica del novecento. Con In a Silent Way, Miles abbraccia l’elettricità: tastiere Fender Rhodes, chitarre amplificate, strutture aperte e ipnotiche. L’album, prodotto con Teo Macero, è un’opera di editing geniale: due lunghi brani che sembrano flussi di coscienza sonori, minimali eppure densissimi, influenzati dal rock psichedelico e dal funk ma filtrati attraverso una sensibilità jazzistica unica. È l’inizio dell’era fusion, o meglio, del “jazz elettrico” milesiano. Da lì in poi è un’escalation: Bitches Brew (1970) è un doppio album caotico, denso, tribale, registrato con una formazione enorme e poi assemblato in studio come un collage. Seguono Jack Johnson, Live-Evil, On the Corner e Get Up with It (capolavoro colpevolmente meno citato degli altri). In questi anni Miles incorpora ritmi funk, rock, elementi africani e indiani, distorsioni, loop, silenzi carichi di tensione, aperture lente che anticipano l’ambient music. La tromba diventa voce elettrica, filtrata, allungata, a tratti quasi irriconoscibile. Molti puristi del jazz gridarono al tradimento. Miles, come sempre, tirò dritto per la sua strada. Questa fase è la dimostrazione più pura della sua filosofia: il jazz non è un museo da conservare, ma un organismo vivo che deve sporcarsi, contaminarsi, rischiare di morire per rinascere.

Miles Davis non fu solo un musicista: fu un personaggio complesso, contraddittorio, a volte spigoloso. Cresciuto in una famiglia borghese (il padre era dentista), sviluppò fin da giovane un carattere fiero e insofferente verso il razzismo dell’America del suo tempo. Elegantissimo nei suoi abiti italiani, appassionato di boxe, pittura e corse automobilistiche, Miles incarnava un’idea di mascolinità nera orgogliosa e indipendente. Le sue relazioni sentimentali furono intense e turbolente: da Frances Taylor a Betty Mabry (che lo introdusse al rock e al funk), fino a Cicely Tyson. Le dipendenze (eroina negli anni Cinquanta, cocaina più tardi), i problemi di salute, il carattere spesso burbero e le dichiarazioni taglienti lo resero una figura difficile. Eppure proprio questa complessità umana lo rende simbolo potente. Miles non chiedeva permesso: cambiava direzione, si reinventava, litigava con critici e fan, voltava pagina senza rimpianti. La sua vita privata riflette la stessa irrequietezza della sua musica. Usare Miles Davis come metafora della storia del jazz è quasi inevitabile. Il jazz è nato dalla fusione di tradizioni africane, marce, blues e spiritual in un contesto di oppressione e libertà creativa. È un genere che ha sempre cambiato pelle: dal ragtime al dixieland, dallo swing al bebop, dal cool al free, dalla fusion all’acid jazz e oltre. Ogni volta qualcuno ha gridato allo scandalo. Ogni volta il jazz è sopravvissuto proprio grazie a chi, come Miles, ha osato rompere le regole. Miles incarna libertà (musicale e personale), cambiamento di stile come necessità vitale e iconoclastia come atteggiamento etico. Non si è mai inchinato al gusto del pubblico né alle aspettative dell’industria. Ha suonato quello che sentiva, nel momento in cui lo sentiva. E il mondo, alla fine, lo ha seguito.

A Vicenza, nel 2026, il festival non celebra solo un anniversario: celebra lo spirito del jazz stesso. Attraverso concerti dedicati, ospiti internazionali e italiani di altissimo livello (tra cui nomi come Paolo Fresu, Enrico Rava, Joshua Redman, Uri Caine, Billy Cobham e altri), la città diventa palcoscenico di questa riflessione sonora. Cent’anni dopo la sua nascita, Miles Davis continua a suonare. Non più con la tromba, ma attraverso chi lo ascolta, lo reinterpreta, ne raccoglie l’eredità irrequieta. Perché il jazz, come Miles, non sta mai fermo e non lo saremo nemmeno noi di ViCult che seguiremo giorno dopo giorno il festival per tutta la sua durata. A questo link il programma. Buon Vicenza Jazz a tutti!