A peripatetiche

La notizia è recente, freschissima: giro di vite, controlli rafforzati, sanzioni anche per chi si apparta in auto o nei dintorni delle strade della zona ovest, dove — ci dicono — la presenza è “una ogni cento metri”, una teoria geometrica del peccato che inquieta i residenti e stimola l’azione pubblica. E allora via con multe, regolamenti, divieti: persino la possibilità di sanzionare chi viene trovato in auto su suolo pubblico o insieme a persone già colpite da precedenti verbali. È la politica ridotta a vigile urbano dell’anima. Ma con esiti discutibili. Perché qui sta il punto, che conviene ribadire con la calma del diritto e non con l’ansia del decoro: in Italia la prostituzione non è reato. Lo ricorda lo stesso sindaco vicentino Possamai quando firma ordinanze che sembrano solo apparentemente volerla cancellare per via amministrativa. Il nostro ordinamento, fondato sulla Legge Merlin, ha fatto una scelta precisa: non punire chi si prostituisce né chi usufruisce della prestazione, ma colpire lo sfruttamento, il favoreggiamento, la tratta. Il male giuridico non è l’atto in sé, ma il sistema che lo organizza e lo impone. E allora che cosa fanno queste ordinanze? Introducono una zona grigia: non vietano ciò che la legge consente, ma lo rendono di fatto impraticabile nello spazio pubblico. Una sorta di proibizionismo municipale, che non osa dichiararsi tale e si traveste da tutela della sicurezza, del traffico, del decoro urbano. Il risultato però è una contraddizione tanto elegante quanto a rischio ipocrisia. Da una parte lo Stato dice: non è reato. Dall’altra il Comune replica: però se lo fai qui, ti multo. Naturalmente, c’è il tema reale, concreto, fastidioso: il degrado, il traffico, le proteste dei residenti, le auto in doppia fila, il disagio visibile. Tutto vero, verissimo. Ma multare il cliente non elimina il fenomeno: lo sposta, lo nasconde, lo rende più opaco e, talvolta, più pericoloso. La prostituzione non sparisce per decreto. Si adatta. Quale sarebbe quindi la soluzione ideale?

Per quanto ci riguarda l’unica via è quella liberale dell’antiproibizionismo, che si basa su principi di libertà individuale, consenso tra adulti, responsabilità personale e riduzione del danno. Non considera la prostituzione un male da sradicare con divieti, ma un’attività economica volontaria tra adulti consenzienti, da trattare come altre forme di lavoro o servizi personali. Un adulto ha il diritto di disporre del proprio corpo, inclusa la possibilità di vendere servizi sessuali. Vietare questa transazione consensuale viola il principio liberale classico (simile al harm principle di John Stuart Mill): lo Stato non deve interferire in comportamenti privati che non danneggiano terzi. La prostituzione volontaria inoltre va separata nettamente dallo sfruttamento, dalla tratta e dalla prostituzione minorile (che rimangono reati gravi). Criminalizzare tutto insieme spinge l’intero settore nell’illegalità, rendendo più difficile combattere le vere violenze. La storia mostra che il proibizionismo crea mercati neri, aumenta i rischi per le persone coinvolte (violenza, malattie, sfruttamento da parte della criminalità) e spreca risorse pubbliche in repressione inefficace. Gli scenari quindi potrebbero essere sostanzialmente due: la decriminalizzazione (nessuna sanzione penale per la prostituzione consensuale tra adulti, inclusi clienti e terze parti (organizzatori, affittuari di spazi), e nessuna legge speciale; si applicano solo le norme generali sul lavoro, la salute, le tasse e il consenso), e la legalizzazione con regolamentazione (lo Stato riconosce esplicitamente l’attività, la regola (licenze, zone designate, controlli sanitari, contratti) e la tassa). In entrambi i casi si mantengono pene severe per tratta, sfruttamento, minori e coercizione. Questa visione non idealizza la prostituzione (riconosce spesso povertà, traumi o mancanza di alternative come fattori di spinta), ma sostiene che vietarla peggiora la situazione delle persone più vulnerabili invece di aiutarle. Le vere soluzioni a monte sono welfare, istruzione, opportunità economiche e lotta alla povertà — non divieti morali sul corpo altrui. Tornando a monte, criminalizzare il cliente è controproducente perché riduce il potere contrattuale di chi vende (meno clienti = più competizione e accettazione di condizioni peggiori); non elimina la domanda ma la sposta verso canali più pericolosi o all’estero; mantiene un quadro morale/penalizzante invece di pragmatico e per finire ignora che molte transazioni sono consensuali tra adulti. Che poi sia molto triste e degradante vedere chi si vende e chi compra in statale 11, è tutt’altro discorso.

UN MESE DI GUERRA

È passato un mese dall’inizio della guerra in Iran. Molti si chiedono quanto durerà, altri chi vincerà, io mi chiedo:

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Giugno 2026

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