Si parte sempre da lontano, perché il declino non è un incidente di percorso ma un fiume carsico che scorre sotto i secoli, ingrossandosi a ogni ansa. Dal Prometeo greco che ruba il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, fino all’umanesimo rinascimentale che vedeva nell’uomo la misura di tutte le cose, la civiltà occidentale ha coltivato l’illusione di un progresso lineare, di una perfettibilità infinita. Poi è arrivato il Settecento con il suo ottimismo illuminista, l’Ottocento con il positivismo, il Novecento con la scienza che prometteva di sciogliere ogni enigma. E invece eccoci qui, nel 2026, a chiederci come abbiamo fatto a trasformarci in una specie di scimmie digitali che battono i pollici su schermi rettangolari, incapaci di distinguere un sillogismo da un meme, un fatto da una bufala, un capolavoro da un filtro di Instagram. Com’è stato possibile ridurci così? Il guaio è cominciato quando abbiamo smesso di credere nella gerarchia naturale delle cose. La Rivoluzione francese ha decapitato non solo il re, ma l’idea stessa di ordine verticale: da allora è stata una discesa a valanga verso l’egualitarismo più ottuso, quello che non eleva i bassi ma abbassa gli alti. Il marxismo ha trasformato la lotta di classe in una guerra contro ogni eccellenza; il consumismo americano del dopoguerra ha fatto il resto, sostituendo la ricerca della verità con la ricerca del comfort.
Ora permettete una parentesi e facciamo entrare in scena, già negli anni Settanta, quel gruppo di freak di Akron, Ohio, che si chiamavano Devo, con le loro tute da operaio alienato e il loro manifesto di “de-evoluzione”: l’idea che l’umanità, invece di evolvere verso forme superiori, stia regredendo verso un’umanità da patata, lobotomizzata dalla tecnologia, dal conformismo di massa, dalla televisione. “We’re de-evolving”, cantavano, e lo dicevano ridendo, con quell’ironia feroce da punk intellettuali. Avevano capito tutto prima degli altri: la modernità non ci stava emancipando, ci stava rimbecillendo. La loro “Whip It” era un inno alla frusta che ci meritiamo, un colpo secco sulla schiena della specie per farla rinsavire. Ma nessuno li ha presi sul serio, tranne chi ha sempre sospettato che la storia non fosse una freccia verso l’alto ma un circolo vizioso verso il basso.
Seconda parentesi e qui parliamo di cinema e in particolare di un film che ci ha dato la conferma empirica, con una satira che oggi appare profetica come un oracolo delfico. Era Idiocracy di Mike Judge, film del 2006 che tutti hanno liquidato come una commediola trash e che invece è il più lucido trattato sociologico del nostro tempo. Un uomo medio del 2005 si risveglia nel 2505 e trova un’America dove l’intelligenza media è precipitata sotto il livello del suolo: il presidente è un ex wrestler, l’acqua si irriga con una bevanda energetica chiamata Brawndo, le piante muoiono perché nessuno capisce più come si coltivano, e la cultura è ridotta a reality show di rutti e scoregge. Judge non ha inventato nulla: ha solo accelerato il presente.
La dysgenia demografica – i più stupidi che fanno più figli, i più colti che rimandano la prole sine die – combinata con un’istruzione di massa che educa all’uguaglianza emotiva invece che al rigore, ha prodotto esattamente ciò che temeva Ortega y Gasset nella Ribellione delle masse: non più élite che guidano, ma masse che pretendono di essere élite pur restando masse. Il sociologo spagnolo lo aveva visto già nel 1930: l’uomo medio, reso onnipotente dalla tecnica e dalla democrazia, si sente autorizzato a ignorare ogni superiorità. Oggi quell’uomo medio è diventato maggioranza assoluta, e governa con il like. E ora, come se non bastasse, arriva l’intelligenza artificiale a dare il colpo di grazia. Non è un progresso, è l’apoteosi della devolution. L’AI ci ruberà i lavori, sì, ma non solo quelli manuali: quelli intellettuali, quelli creativi, quelli che una volta definivano l’umano. Scriverà articoli migliori dei giornalisti mediocri (e ce ne sono tanti), comporrà sinfonie che faranno piangere i critici, diagnosticherà malattie meglio dei medici, gestirà guerre meglio dei generali. E noi? Noi diventeremo una specie di pensionati eterni, nutriti da algoritmi, intrattenuti da algoritmi, governati da algoritmi. Saremo in balia, come bambini in un asilo senza maestre: incapaci di distinguere un output vero da uno allucinato, un ragionamento solido da una catena di token statistici. L’AI non ci renderà più intelligenti; ci renderà superflui. E la cosa più caustica è che la applaudiremo come liberazione, gridando “progresso!” mentre ci trasformiamo in utenti passivi di un’intelligenza che non è più nostra.
Il Papa, in uno dei suoi viaggi in Africa – terra ancora immune, per certi versi, alla totale idiozia occidentale – lo ha detto con la chiarezza di chi parla da fuori: i problemi che abbiamo a distinguere il vero dal falso sono diventati abissali. Leone ha ammonito che nell’era dell’AI e dei deepfake la menzogna si fa indistinguibile dalla realtà, e l’uomo comune, già debilitato da decenni di relativismo culturale, si ritrova spaesato come un cieco in una stanza buia. È la fine della facoltà di giudizio, quella facoltà che Kant riteneva il fondamento stesso della dignità umana. Oggi giudichiamo con il sentimento, con il trending topic, con l’umore del momento. Siamo atomizzati, iperconnessi, culturalmente analfabeti. Com’è stato possibile ridurci così? È stato possibile perché abbiamo scambiato la libertà per licenza, la ragione per emozione, la cultura per intrattenimento, l’eccellenza per inclusione. Abbiamo deriso i “conservatori” come fossili mentre eravamo noi a regredire verso lo stato di natura hobbesiano, ma senza la ferocia originaria: solo con la mollezza del divano e del Wi-Fi. I Devo avevano ragione: siamo patate. Idiocracy non è fantascienza, è documentario. L’AI sarà il nostro badante elettronico. E il Papa, dall’Africa, ci guarda come si guarda un malato che rifiuta la diagnosi. Resta solo da chiedersi se ci sia ancora tempo per una contro-rivoluzione. O se, come sempre, ci limiteremo a twittare la nostra indignazione mentre scivoliamo giù per la china.
In questi giorni abbiamo assistito a manifestazioni e dichiarazioni anche a favore dell’istituzione del Tribunale della Pedemontana. Vorrei ribadire subito
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Com’è stato possibile ridurci così?
Si parte sempre da lontano, perché il declino non è un incidente di percorso ma un fiume carsico che scorre sotto i secoli, ingrossandosi a ogni ansa. Dal Prometeo greco che ruba il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, fino all’umanesimo rinascimentale che vedeva nell’uomo la misura di tutte le cose, la civiltà occidentale ha coltivato l’illusione di un progresso lineare, di una perfettibilità infinita. Poi è arrivato il Settecento con il suo ottimismo illuminista, l’Ottocento con il positivismo, il Novecento con la scienza che prometteva di sciogliere ogni enigma. E invece eccoci qui, nel 2026, a chiederci come abbiamo fatto a trasformarci in una specie di scimmie digitali che battono i pollici su schermi rettangolari, incapaci di distinguere un sillogismo da un meme, un fatto da una bufala, un capolavoro da un filtro di Instagram. Com’è stato possibile ridurci così? Il guaio è cominciato quando abbiamo smesso di credere nella gerarchia naturale delle cose. La Rivoluzione francese ha decapitato non solo il re, ma l’idea stessa di ordine verticale: da allora è stata una discesa a valanga verso l’egualitarismo più ottuso, quello che non eleva i bassi ma abbassa gli alti. Il marxismo ha trasformato la lotta di classe in una guerra contro ogni eccellenza; il consumismo americano del dopoguerra ha fatto il resto, sostituendo la ricerca della verità con la ricerca del comfort.
Ora permettete una parentesi e facciamo entrare in scena, già negli anni Settanta, quel gruppo di freak di Akron, Ohio, che si chiamavano Devo, con le loro tute da operaio alienato e il loro manifesto di “de-evoluzione”: l’idea che l’umanità, invece di evolvere verso forme superiori, stia regredendo verso un’umanità da patata, lobotomizzata dalla tecnologia, dal conformismo di massa, dalla televisione. “We’re de-evolving”, cantavano, e lo dicevano ridendo, con quell’ironia feroce da punk intellettuali. Avevano capito tutto prima degli altri: la modernità non ci stava emancipando, ci stava rimbecillendo. La loro “Whip It” era un inno alla frusta che ci meritiamo, un colpo secco sulla schiena della specie per farla rinsavire. Ma nessuno li ha presi sul serio, tranne chi ha sempre sospettato che la storia non fosse una freccia verso l’alto ma un circolo vizioso verso il basso.
Seconda parentesi e qui parliamo di cinema e in particolare di un film che ci ha dato la conferma empirica, con una satira che oggi appare profetica come un oracolo delfico. Era Idiocracy di Mike Judge, film del 2006 che tutti hanno liquidato come una commediola trash e che invece è il più lucido trattato sociologico del nostro tempo. Un uomo medio del 2005 si risveglia nel 2505 e trova un’America dove l’intelligenza media è precipitata sotto il livello del suolo: il presidente è un ex wrestler, l’acqua si irriga con una bevanda energetica chiamata Brawndo, le piante muoiono perché nessuno capisce più come si coltivano, e la cultura è ridotta a reality show di rutti e scoregge. Judge non ha inventato nulla: ha solo accelerato il presente.
La dysgenia demografica – i più stupidi che fanno più figli, i più colti che rimandano la prole sine die – combinata con un’istruzione di massa che educa all’uguaglianza emotiva invece che al rigore, ha prodotto esattamente ciò che temeva Ortega y Gasset nella Ribellione delle masse: non più élite che guidano, ma masse che pretendono di essere élite pur restando masse. Il sociologo spagnolo lo aveva visto già nel 1930: l’uomo medio, reso onnipotente dalla tecnica e dalla democrazia, si sente autorizzato a ignorare ogni superiorità. Oggi quell’uomo medio è diventato maggioranza assoluta, e governa con il like. E ora, come se non bastasse, arriva l’intelligenza artificiale a dare il colpo di grazia. Non è un progresso, è l’apoteosi della devolution. L’AI ci ruberà i lavori, sì, ma non solo quelli manuali: quelli intellettuali, quelli creativi, quelli che una volta definivano l’umano. Scriverà articoli migliori dei giornalisti mediocri (e ce ne sono tanti), comporrà sinfonie che faranno piangere i critici, diagnosticherà malattie meglio dei medici, gestirà guerre meglio dei generali. E noi? Noi diventeremo una specie di pensionati eterni, nutriti da algoritmi, intrattenuti da algoritmi, governati da algoritmi. Saremo in balia, come bambini in un asilo senza maestre: incapaci di distinguere un output vero da uno allucinato, un ragionamento solido da una catena di token statistici. L’AI non ci renderà più intelligenti; ci renderà superflui. E la cosa più caustica è che la applaudiremo come liberazione, gridando “progresso!” mentre ci trasformiamo in utenti passivi di un’intelligenza che non è più nostra.
Il Papa, in uno dei suoi viaggi in Africa – terra ancora immune, per certi versi, alla totale idiozia occidentale – lo ha detto con la chiarezza di chi parla da fuori: i problemi che abbiamo a distinguere il vero dal falso sono diventati abissali. Leone ha ammonito che nell’era dell’AI e dei deepfake la menzogna si fa indistinguibile dalla realtà, e l’uomo comune, già debilitato da decenni di relativismo culturale, si ritrova spaesato come un cieco in una stanza buia. È la fine della facoltà di giudizio, quella facoltà che Kant riteneva il fondamento stesso della dignità umana. Oggi giudichiamo con il sentimento, con il trending topic, con l’umore del momento. Siamo atomizzati, iperconnessi, culturalmente analfabeti. Com’è stato possibile ridurci così? È stato possibile perché abbiamo scambiato la libertà per licenza, la ragione per emozione, la cultura per intrattenimento, l’eccellenza per inclusione. Abbiamo deriso i “conservatori” come fossili mentre eravamo noi a regredire verso lo stato di natura hobbesiano, ma senza la ferocia originaria: solo con la mollezza del divano e del Wi-Fi. I Devo avevano ragione: siamo patate. Idiocracy non è fantascienza, è documentario. L’AI sarà il nostro badante elettronico. E il Papa, dall’Africa, ci guarda come si guarda un malato che rifiuta la diagnosi. Resta solo da chiedersi se ci sia ancora tempo per una contro-rivoluzione. O se, come sempre, ci limiteremo a twittare la nostra indignazione mentre scivoliamo giù per la china.
Buon Ferragosto da un paese ridicolo
Buon Ferragosto. O quello che ne resta, in un paese che ormai sembra scritto da uno sceneggiatore ubriaco e sempre
Tribunale della Pedemontana: non si riscrive la storia, ma nemmeno ci si può fermare al 2012
Ho letto con attenzione la nota sottoscritta da avvocati, professionisti e amministratori a sostegno del Tribunale della Pedemontana. Vi è
TRIBUNALE DELLA PEDEMONTANA: NON SERVE UN NUOVO PALAZZO DI GIUSTIZIA. SERVE UNA GIUSTIZIA CHE FUNZIONI.
In questi giorni abbiamo assistito a manifestazioni e dichiarazioni anche a favore dell’istituzione del Tribunale della Pedemontana. Vorrei ribadire subito
C’ERANO UNA VOLTA LE ESTATI SENZA TATUAGGI
C’erano una volta corpi nudi sotto il sole che non sembravano manifesti pubblicitari ambulanti. C’erano spiagge dove lo sguardo scorreva
IL FUTURO DELL’ITALIA É NELL’EMIGRAZIONE
C’è un modo infallibile per capire un paese: guardarne la nazionale di calcio. E la nostra, per la terza volta
IL DIRITTO ALLA CASA E LA SITUAZIONE VICENTINA
Finalmente è entrata nell’agenda politica nazionale, spintaci a gran voce dal basso, la discussione sulla crisi abitativa nel nostro Paese:
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