Lo splendido 25 aprile di Vicenza e l’inaccettabile 25 aprile contro ebrei e ucraini

C’era, e c’è ancora, un’Italia capace di celebrare la Liberazione come festa di popolo, non come rito tribale di una fazione. Si è vista sabato a Vicenza, in una piazza dei Signori stracolma come non accadeva da tempo: circa duemila persone, un mare di volti normali, bandiere tricolori, memoria viva e partecipazione sincera. Un clima di unità profonda, che nemmeno la solita protesta stolta del bocciodromo – manipolo di irriducibili che pretende di brevettare il 25 aprile come proprietà esclusiva della sinistra antagonista – è riuscito a scalfire. La piazza li ha inghiottiti nella sua normalità democratica, senza drammi. Ha aperto Giorgio Dalle Molle, presidente dell’Associazione nazionale ex deportati di Vicenza: ha parlato di deportazione, di lager, di Resistenza come dovere morale contro ogni barbarie. Parole sobrie, pesanti, lontane da ogni retorica di parte. Il prefetto Filippo Romano ha portato l’autorevolezza delle istituzioni, ricordando il valore costituzionale della Liberazione. Il sindaco Giacomo Possamai ha voluto una cerimonia inclusiva, di popolo, come ha fatto fin dall’inizio del suo mandato, aprendo la piazza a voci diverse. E poi è salito Andrea Pennacchi, oratore ufficiale, figlio e nipote di partigiani: ha infiammato la piazza con la sua orazione vibrante, ha ricordato che Vicenza fu capitale della lotta partigiana, ha detto con forza «se tornate voi, torniamo anche noi», ha invitato tutti a meritarsi l’eredità lasciata dai padri. Ha parlato di Resistenza e Liberazione come impegno per il presente e per il futuro, in tempi inquieti. Non un comizio di corrente, ma una festa vera: unitaria, popolare, patriottica nel senso più alto. Questo è stato il 25 aprile di Vicenza. Bello, sano, italiano.

Poi c’è l’altro 25 aprile. Quello che fa vergogna e rabbia. Quello di Milano e di Roma, dove la sinistra radicale ha mostrato il suo volto peggiore. A Milano la Brigata ebraica – che da cinquant’anni partecipa al corteo per ricordare il contributo ebraico alla lotta contro il nazifascismo – è stata costretta ad abbandonare la manifestazione. Insultata, contestata, aggredita verbalmente da propal e antagonisti. Le frasi urlate sono di una ferocia oscena: «siete saponette mancate», «assassini». Saponette. Un riferimento abominevole ai corpi degli ebrei trasformati in sapone nei lager nazisti. Emanuele Fiano ha denunciato l’accaduto con sgomento: non era mai successo nulla di simile. Una minoranza estremista ha deciso di cacciare un’altra minoranza dalla festa della Liberazione. La Brigata ha dovuto ritirarsi, scortata via per sicurezza. Questo non è antifascismo: è antisemitismo puro, travestito da «antisionismo», protetto e tollerato da chi organizza i cortei. Una vergogna nazionale.

A Roma è toccato agli ucraini, o meglio a chi aveva il coraggio di portare i vessilli gialloblù, simbolo di una resistenza contro l’aggressione russa che richiama, per molti versi, lo spirito partigiano. Militanti di Cambiare Rotta, Potere al Popolo, Rete dei Comunisti e altri gruppi antagonisti li hanno aggrediti in modo squadrista: spintoni, bandiere strappate, spray urticante in faccia, insulti al grido di «fuori i fascisti dal corteo», tentativi di incendiare il vessillo ucraino. Matteo Hallissey di +Europa e i radicali sono stati cacciati con violenza. La polizia ha dovuto intervenire per separare i contendenti. Gli ucraini – che stanno combattendo per la loro libertà e per l’equilibrio dell’Europa – diventano «nazisti» solo perché rifiutano di inchinarsi alla narrazione putiniana oggi di moda in certi ambienti della sinistra. Ecco il fascismo di sinistra all’opera. Una realtà documentata sabato nelle piazze. È quel meccanismo malato per cui la Resistenza viene celebrata solo se serve a delegittimare l’avversario di oggi: gli ebrei diventano bersaglio non solo perché pagano i crimini di Netanyahu ma anche perché Israele semplicemente esiste e si difende; gli ucraini diventano nemici perché resistono all’invasore invece di arrendersi. È l’antifascismo selettivo, opportunista, che grida «mai più» ma poi applaude o giustifica chi usa metodi squadristi contro chi non si allinea. È la pretesa di monopolizzare la memoria, di trasformare il 25 aprile in un giorno di epurazione ideologica. Questa sinistra – o meglio, questa sua frangia radicale e rumorosa che condiziona troppi cortei – merita una condanna netta e senza attenuanti. Ha rinunciato alla patria, ha abbracciato cause che puzzano di totalitarismo novecentesco riverniciato, ha scelto di stare contro gli ebrei e contro chi resiste a Putin. Il risultato è sotto gli occhi: divide, intimidisce, rende la Liberazione irriconoscibile. Vicenza dimostra che un’altra Italia esiste: quella che vuole una memoria condivisa, che sa essere antifascista senza diventare anti-ebraica o anti-ucraina, che celebra senza escludere. Quella che Pennacchi ha evocato con passione: tocca a noi meritarci ciò che i partigiani ci hanno lasciato. Il resto è squadrismo con felpa rossa e keffiah. Una minoranza aggressiva che sta perdendo il Paese reale. Compito del PD (soprattutto) sarà quello di sganciarsi con forza e determinazione da queste frange, per non perdere ulteriore credibilità (già traballante) e diventare palesemente inadatto a governare un paese che invece che di derive illiberali e ambiguità (per usare un eufemismo) sull’Ucraina e sull’antisemitismo, ha drammaticamente bisogno di serietà, equilibrio, competenza e riforme.

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