Giovanni Lindo Ferretti sarà sul palco del Teatro Comunale di Vicenza, lunedì 23 febbraio alle 21.
Non si può capire nulla di Giovanni Lindo Ferretti se non si parte da una constatazione elementare e quasi brutale: quell’uomo non canta, salmodia. E nel salmodiare mette in scena, da quarant’anni buoni, una specie di liturgia laica che poi, a un certo punto, ha smesso di essere laica senza per questo diventare clericale. È diventato qualcos’altro: un rito personale, ostinato, ripetitivo, ipnotico, che attraversa il punk, il rock di bandiera rossa, il lamento appenninico, il canto gregoriano rubato ai monaci e restituito alla polvere delle strade emiliane. Chi ha visto i CCCP negli anni Ottanta sa di cosa parlo. Non era un concerto, era una funzione. Ferretti non stava sul palco: presiedeva. La voce non saliva a note acute per sedurre, scendeva invece in una cantilena ossessiva, una specie di rosario profano in cui le parole – «Emilia paranoica», «Amandoti», «Radio Kabul», «Punk da combattimento» – venivano pronunciate come formule sacramentali. Non importava se il pubblico le urlava dietro o le subiva in silenzio: il salmodiare produceva comunque un effetto di comunione, di trance collettiva. Era il contrario esatto del virtuosismo vocale: era sottrazione, insistenza, litania. E proprio in quella sottrazione stava la potenza. Poi è successo quello che molti ancora fingono di non aver capito. Ferretti non ha tradito nulla. Ha semplicemente portato alle estreme conseguenze la stessa postura. Dal «Pravda» al «Pater Noster» il passo non è così lungo come sembra. Chi salmodia «Fedeli alla linea» può salmodiare anche il rosario senza sentirsi in contraddizione, perché in entrambi i casi si tratta di ripetere una Verità che sta sopra di noi, che ci precede e ci sopravanza. Il comunismo sovietico era già, per lui, una forma di escatologia secolarizzata; quando l’escatologia ha ripreso il suo nome autentico – Cristo – Ferretti non ha fatto che cambiare il messale, non la modalità del canto. Leggete i suoi libri recenti, ascoltate «Óra», «Litania», «A cuor contento»: la voce è sempre quella. Baritonale, lenta, ieratica. Non cerca applausi, cerca eco. E l’eco arriva, puntuale, perché il salmodiare non invecchia. Il pop invecchia, il rock invecchia, le mode invecchiano. La litania no. Il gregoriano non invecchia. Il salmo non invecchia. E Ferretti, da buon ex-punk, ha capito prima di molti altri che l’unico modo per non farsi inghiottire dal tempo è inginocchiarsi davanti al tempo eterno. C’è chi lo accusa di reazionarismo. Sciocchezze. Reazionario è chi reagisce istericamente al presente. Ferretti non reagisce: ripete. Ripete la preghiera come ripeteva lo slogan. E nella ripetizione trova una forma di resistenza che il progressismo da palcoscenico non conosce più. Mentre tutti corrono a inseguire l’ultima novità, lui torna all’antico, al primordiale, al cantus firmus che regge la polifonia del mondo. E lo fa senza un filo di nostalgia estetizzante: lo fa con la durezza di chi sa che la salvezza non sta nell’innovazione ma nella fedeltà. Per questo il suo salmodiare resta una delle poche esperienze estetiche autenticamente controcorrente degli ultimi decenni italiani. Non è conservatorismo, è ostinazione metafisica. Non è folklore, è teologia applicata alla gola. E quando lo si ascolta – dal vivo o registrato poco importa – si capisce che la vera rivoluzione, oggi, non sta nello strillare cose nuove, ma nel continuare a salmodiare le cose di sempre con la stessa identica ostinazione con cui le si salmodiava mille anni fa. Giovanni Lindo Ferretti non è un cantante che ha trovato Dio. È un salmodiante che ha riconosciuto, nel Dio dei cristiani, il solo destinatario degno della sua litania infinita. E noi, che lo abbiamo ascoltato per anni senza capire fino in fondo, forse cominciamo solo adesso a intendere la profondità di quel gesto: inginocchiarsi non è mai stato un arretramento. È stato, ed è, l’unico modo serio di restare in piedi.
Giovanni Lindo Ferretti è dal vivo lunedì 23 febbraio alle 21 al Teatro Comunale di Vicenza.
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