La droga in città. Serve affrontare la realtà

Nel 2025 sarebbe ora di guardare in faccia la realtà. La droga non è un problema di “altri”, non è un male straniero, non è una piaga che colpisce solo i marginali. La droga è tornata, potente, insidiosa, e si è ripresa le strade delle nostre città, senza distinzioni di ceto, età o nazionalità. L’eroina, che credevamo relegata agli anni ’70, è di nuovo tra noi, più feroce che mai. Basta guardare i numeri, perché i numeri non mentono, a differenza dei politici proibizionisti.

Secondo la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia del 2024, l’eroina rimane l’oppioide illecito più usato in Europa, con circa 1 milione di consumatori stimati nell’UE nel 2021. In Italia, il 63% degli utenti in trattamento presso i SerD (Servizi per le Dipendenze) è lì per oppiacei, con l’eroina che la fa da padrona. A Vicenza i dati locali parlano chiaro: i tossicodipendenti sono in aumento, come non si vedeva da decenni. Non sono stranieri, non sono solo “gli ultimi”. Sono italiani, vicentini, giovani e meno giovani, operai malpagati, disoccupati, ma anche professionisti e figli di buona famiglia. La droga non discrimina, e l’eroina, in particolare, sta tornando a mietere vittime: nel 2023, i decessi droga-correlati in Italia sono stati 822, di cui 312 per intossicazione acuta, un aumento del 5,4% rispetto al 2022. Perché questo ritorno? Semplice: la povertà, la crisi, la disperazione. Altro che Italia del successo, altro che promesse di crescita e benessere! A Vicenza, come altrove, la mancanza di prospettive, i salari da fame, la precarietà che strangola i giovani e le crisi sistemiche che ci riportano indietro di cinquant’anni stanno spingendo sempre più persone verso l’eroina. È la stessa storia degli anni ’70, quando la crisi economica e sociale trasformava i nostri ragazzi in fantasmi con la siringa in mano. Oggi i servizi sociali sono al collasso, sovraccarichi, incapaci di rispondere a un’ondata di dipendenze che cresce senza sosta. Nel 2023, i SerD italiani hanno trattato 132.200 pazienti, ma le risorse sono poche, il personale è stanco, e le liste d’attesa si allungano.

Eppure, c’è chi ha il coraggio di guardare la realtà negli occhi e agire. Prendiamo Bologna, città che ha scelto un approccio pragmatico, umano, rivoluzionario: la distribuzione gratuita di pipe per il crack. Non è una provocazione, ma una scelta di buonsenso. Fornire pipe pulite non significa incentivare il consumo, ma ridurre i danni, proteggere la salute, evitare infezioni come l’HIV o l’epatite. È un gesto che dice: “Non ti puniamo, ti curiamo”. È la riduzione del danno, un principio che in Europa sta salvando vite, come dimostra il Portogallo, dove la depenalizzazione delle droghe ha fatto crollare i tassi di infezione da HIV da 104,2 casi per milione nel 2000 a 4,2 nel 2015.

Ma qui, in Italia, siamo ancora prigionieri di un proibizionismo ottuso, anacronistico, che non solo fallisce, ma alimenta il problema. La cocaina, per esempio, è ovunque. Non è più la droga dei ricchi, ma una sostanza democratica, accessibile a tutti, a prezzi sempre più bassi. Nel 2021, l’UE ha sequestrato 303 tonnellate di cocaina, e in Italia il 38,5% dei nuovi utenti in trattamento ai SerD la cita come sostanza primaria. È usata da 3,7 milioni di adulti europei, e non c’è città, paese o quartiere che ne sia immune. Eppure, la destra continua a demonizzarla, a criminalizzare i consumatori, a ignorare che il proibizionismo arricchisce solo le mafie. E non parliamo della cannabis, visto che viene osteggiata persino quella light con una furia ideologica totalmente ridicola. La destra, arroccata nel suo mondo reazionario, non capisce che legalizzare non significa promuovere, ma controllare, tassare, togliere profitti alle organizzazioni criminali. In Canada, la legalizzazione della cannabis ha soppiantato il mercato illegale, ridotto gli arresti e migliorato l’accesso alle cure mediche. In Italia, invece, nel 2023, il 76% delle sanzioni amministrative per consumo di droga riguardava la cannabis. È questa la giustizia? Punire chi fuma uno spinello mentre le mafie incassano miliardi?

E poi c’è San Patrignano, il totem dei proibizionisti. San Patrignano salva vite, aiuta persone, e questo è innegabile. Ma il problema droga non è il singolo tossicodipendente da redimere con un percorso di recupero. Il problema è il sistema: un mercato illegale che prospera, una società che produce emarginazione, una politica che si rifiuta di guardare oltre il proprio naso. Pensare che comunità come San Patrignano possano risolvere tutto è come curare un cancro con un cerotto. Serve altro. Serve una rivoluzione copernicana.

Legalizzare le droghe, tutte, non solo la cannabis, significa spezzare le catene delle mafie, portare miliardi nelle casse dello Stato, investire in prevenzione e cura invece che in carceri. Nel 2023, il 28,9% dei detenuti italiani era tossicodipendente, e il 38,1% di chi entra in carcere lo è. Continuiamo a riempire le celle, mentre i veri criminali, i narcotrafficanti, ringraziano. La droga non è un mostro da esorcizzare, ma una realtà da affrontare. Non servono crociate morali, servono politiche coraggiose. Depenalizzare, legalizzare, curare, includere. Bologna ci indica una strada, il Portogallo un’altra. E noi? Noi restiamo fermi, prigionieri di un perbenismo che ci sta uccidendo. È ora di dire basta. È ora di cambiare. Per Vicenza, per l’Italia, per la libertà di tutti.

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