Tra le colline di Valdobbiadene, c’è un angolo di mondo che osa sfidare il cinismo dei nostri tempi: l’Osteria senz’Oste di Cesare De Stefani, un patto non scritto tra l’uomo e la sua coscienza. Qui, senza oste, senza camerieri, senza l’occhio vigile di una telecamera, il cliente si serve da solo – un bicchiere di vino, una fetta di salame, un pezzo di pane – e lascia il dovuto in una cassetta, fidandosi e facendosi fidare. Un laboratorio di civiltà, un esperimento che scommette sul capitale morale di una comunità, su quel residuo di decenza che, come insegnava Robert Putnam, dovrebbe tenere insieme una società. Ma oggi De Stefani annuncia che l’osteria rischia di chiudere. Troppi furti, troppi tradimenti della fiducia, e – colpo che ferisce più del danno economico – “quasi tutti ad opera di giovanissimi”. È forse la fine di un sogno, il crepuscolo di un’idea che voleva dimostrare che l’uomo può essere migliore del suo tempo. Questa non è solo la cronaca di un’osteria violata. È il crollo di un simbolo, la resa di un’utopia che osava credere nella responsabilità individuale in un’epoca di individualismo sfrenato.

De Stefani non è uno sprovveduto, sia chiaro, è un uomo che ha scommesso su ciò che Max Weber chiamava il “capitale sociale”, quella rete di fiducia e reciprocità che rende possibile la convivenza. Ma i “giovanissimi” pare abbiano scelto di spezzare il patto. Hanno preso il vino, il formaggio, e se ne sono andati senza pagare, ridendo forse, come se la fiducia fosse un gioco da ragazzi, una roba per vecchi. E qui si apre l’abisso: i furti non sono solo un atto materiale, ma il sintomo di una mutazione antropologica, di un’erosione del senso di comunità che, come descriveva Christopher Lasch nella sua Cultura del narcisismo, privilegia l’egoismo immediato al bene comune. È il nichilismo spensierato di chi, cresciuto tra like e selfie, non sa cosa significhi rispettare un patto non scritto. L’Osteria senz’Oste era un microcosmo in cui solo la tua coscienza ti guardava mentre decidevi se essere onesto o ladro. Ma i furti seriali, compiuti in un contesto dove “nessuno vede”, riflettono una società postmoderna dove i legami sono privi di stabilità e impegno. I giovani ladri non sono solo vandali: sono il prodotto di un sistema che ha smesso di educare alla responsabilità. La scuola si è ridotta a fabbrica di voti e competenze tecniche. La famiglia delega agli schermi, i social premiano la sfrontatezza. Perché pagare un bicchiere di Prosecco quando puoi prenderlo e scappare? È la logica del “tanto non importa”, dell’anonimato digitale.

Ma non scarichiamo tutto sui giovani. C’è un’ombra di complicità collettiva in questo problema. Abbiamo accettato che la società diventasse un bazar dove tutto è negoziabile, anche l’onestà. Abbiamo lasciato che la cultura del diritto soffocasse quella del dovere, che la libertà si trasformasse in licenza. I furti all’Osteria, in fondo, potrebbero essere anche un grido di ribellione, un gesto di risentimento verso un mondo percepito come elitario – le colline del Prosecco, simbolo di benessere, non sono forse inaccessibili per molti? Ma questo non giustifica: rivela piuttosto un malcontento sociale che nessuno ha saputo canalizzare in senso civico. De Stefani, se dovesse chiudere, non si arrenderebbe ai ladri ma prenderebbe atto di un declino della fiducia, che poi è il collante delle società moderne, e che ci mette davanti a uno specchio: quanto siamo disposti a perdere, prima di reagire?










