Si fa un gran parlare in questi giorni degli stabilimenti balneari.
“Mare? In estate? Avanguardia pura!” direbbe Miranda Priestley. Manca solo il consiglio di bere molta acqua e stare all’ombra e il giornale è pronto per andare in stampa. In queste settimane però l’attenzione è spostata verso gli stabilimenti balneari che sembrano aver toccato il minimo storico di affluenze da prima del COVID e la narrazione politica sta assumendo dei connotati che lasciano comprendere come da nessuna parte esista la volontà di lasciare che sia il mercato a fare la propria parte. Non entro nel merito di quelle che possono essere delle diatribe di carattere squisitamente politico, ovvero se i balneari sono o meno una lobby, se hanno la capacità reale o presunta di spostare voti, o se invece sono un retaggio di un mondo che non esiste più o di un servizio che ormai serve solo alle signore ultra settantenni che rimpiangono le gite al mare con sottofondo di Giuni Russo.

I dati parlano chiaro: nel 2024 il 31% degli italiani non è stato in grado di andare in vacanza. Sembra una percentuale enorme, ma come tutti i dati, va confrontata con qualcos’altro. Andando indietro nelle analisi notiamo come Eurostat abbia rilevato che mentre nel 2004 il 38,7% degli italiani non andava in vacanza, il picco, con metà della popolazione a casa, è stato raggiunto nel 2013, quando eravamo in piena onda lunga della crisi del 2011. Tra l’altro il dato è in netto calo da quel momento in poi. Di fatto, gli italiani riescono sempre più ad andare in vacanza. Qui nasce uno dei soliti corto circuiti della politica nazionale: il 31% degli italiani non è in grado di andare in vacanza, gli stabilimenti balneari sono vuoti, quindi lo stato deve fare qualcosa perché ormai non esiste più il ceto medio!
Aria fritta!
Chiariamo un paio di aspetti: le ferie sono considerate il periodo annuale in cui una persona si assenta dall’attività lavorativa per poter riposare mantenendo la piena retribuzione, le vacanze sono il modo con cui le persone decidono di utilizzare il tempo delle ferie che spesso viene associato a viaggi o villeggiatura. Qui casca l’asino: confondiamo le ferie con le vacanze. E confondiamo i diritti dei lavoratori con gli incassi dei balneari. Sono le ferie ad essere un diritto, non le vacanze.
Nell’imperante moralismo acchiappa voti, le vacanze sembrano essere un diritto, che quindi obbliga lo stato ad aumentare i soldi in tasca agli italiani e quindi permettere loro di poter passare più tempo negli stabilimenti balneari che urlano crisi. Manca una visione d’insieme.
Già 10 anni fa una settimana in Grecia, compreso volo e traghetto, costava meno di una settimana nel litorale italiano. L’italiano medio, che riesce sempre più ad andare in vacanza, ha compreso come spendere meglio il proprio denaro o forse è più interessato a esperienze più instagrammabili, a cui lo stabilimento balneare fermo agli anni 80 non è adeguato. È un esercizio che il consumatore medio sembrava aver dimenticato: alzarsi e andarsene davanti a un prezzo troppo alto. L’imprenditore incassa meno, può subire perdite. Succede.

L’utile d’esercizio non è un diritto, deriva da una buona o cattiva gestione dell’imprenditore e da elementi esterni che non sono controllabili: shit happens, dicono gli inglesi, ma in Italia spesso diciamo “è colpa di qualcun altro”. Quindi esistono diverse chiavi di lettura rispetto a un argomento complesso come il calo delle presenze nei nostri litorali, è più comodo dire “diamo soldi agli italiani” che ripensare un modello di offerta. Non funziona mai così: in Italia in particolare, tirando una leva non si ottengono quasi mai i risultati sperati. A volte si scopre che la leva non è collegata a nulla.
Il punto è che non esiste alcun “diritto alla vacanza in stabilimento balneare”, così come non esiste il diritto a un aperitivo al tramonto con vista mare o a un lettino in prima fila. Esiste il diritto alle ferie retribuite, e su quello si può discutere. Tutto il resto è economia di mercato: se un servizio è caro e obsoleto, il cliente se ne va. Punto. E invece qui si confonde il welfare con il salvataggio di un modello di business che ha smesso di innovare. Si chiama selezione naturale, non crisi di settore. E il fatto che sia scomoda non la rende meno vera. La verità, per quanto banale, è che il mare non ha bisogno dei balneari per esistere. Sono i balneari ad avere bisogno del mare. E quando il mare, per ragioni economiche o culturali, comincia a non portare più gente, non si invoca lo Stato: si invoca il cambiamento. Chi non lo capisce oggi, domani avrà un chiosco chiuso e un cartello “vendesi” sbiadito dal sole. E a quel punto non sarà colpa della crisi, della lobby opposta o dell’Europa cattiva. Sarà colpa di chi, davanti all’onda che saliva, ha preferito restare fermo in cabina, aspettando che il tempo migliorasse. Il problema è che il tempo è già cambiato. E non tornerà indietro.











